Le Cicloepiche

Avventure di aspiranti cicloamatori

Cicloepica dei laghetti – prima parte

Avendo poco tempo per progettare una Cicloepica seria, questa volta decisi di togliermi una piccola soddisfazione personale: vedere fin dove sarei riuscito ad arrivare in soli tre giorni di pedalate, a partire da casa con la bici attrezzata e iniziando a pedalare, direzione nord. Questo faceva parte di un progetto più grande quello di percorrere a ritroso la via Francigena. Non sapendo quanti km le mie gambe da turista cicloepico in erba avrebbero potuto sopportare pedalando ogni giorno, senza le classiche soste di diversi giorni alla scoperta dei luoghi in cui mi sarei trovato a passare, avevo pensato bene di fare un piccolo test personale. Tre giorni sarebbero stati sufficienti.

Viterbo raggiunta
cicloepica-2014-dei-laghetti-2Viterbo – La Prefettura
cicloepica-2014-dei-laghetti-3Viterbo – La Prefettura
cicloepica-2014-dei-laghetti-4Viterbo – Monumento ai caduti
cicloepica-2014-dei-laghetti-13Montefiascone
cicloepica-2014-dei-laghetti-8Montefiascone – Ai pellegrini


Nel progetto iniziale la prima tappa mi avrebbe portato fino a Viterbo. Ottanta km . Impegnativo per me, ma stando da solo, cioè senza testimoni, mi sarei potuto fermare ogni qualvolta avessi voluto. Per la seconda lasciai un po’ al caso, mi sarebbe piaciuto raggiungere Pienza o San Quirico d’Orcia, ma distando almeno cento km da Viterbo, sarebbe stato più probabile cercare ospitalità al primo paesino sulla strada. Per la terza tappa pensavo di raggiungere Siena.
Ora si trattava di decidere come arrivare a Viterbo. Fino a quel momento non avevo mai provato a iniziare un viaggio in bicicletta partendo da Roma. Avevo sempre caricato la bici sul treno per allontanarmi dalla capitale. Vivevo con l’ansia di non sapere come uscire dal confine del grande raccordo anulare. Le consolari sono le uniche vie di fuga per chi viaggia senza motore, ma non sono così ospitali come ai tempi dei romani. E’ folle, ma vivevo con la sensazione di essere prigioniero della mia città e di essere dipendente dai veicoli a benzina! Per arrivare a Viterbo la via pù breve è la Cassia, ma all’altezza di Cesano e fino a Monterosi diventa una strada a scorrimento veloce con due corsie. Per cui decisi di deviare per la braccianese. Poiché quindi sarei passato per i laghi di Bracciano, Vico e Bolsena decisi che questa mini epica l’avrei dedicata alla riscoperta dei laghetti del Lazio.
Una volta partito, una volta sulla strada, tutte le paure svanirono. Trionfale e Cassia sono molto strette, mantenute male e con parecchia vegetazione ai lati che riducono un po’ la carreggiata, ma hanno una buona visibilità e percorrendole mi sentii tranquillo. Talmente tanto che quando raggiunsi Bracciano,
stupito dalla facilità, decisi che invece di fermarmi a Viterbo avrei proseguito per Montefiascone, dove potevo contare anche sull’ospitalità di una cugina. Dopo cento km di pedalata avere un luogo sicuro e accogliente non ha prezzo.
Quando ripresi a pedalare venni colto dalla sciagurata idea di seguire un paio di ragazzi che sembrava percorressero il mio stesso itinerario. Erano però più leggeri di me, e molto più allenati. Consumai tutte le calorie ingerite a Bracciano insieme ad un maritozzo tipico tentando inutilmente di tenere il loro passo, e li persi di vista ancor prima di Manziana. Dopo Oriolo me la presi con calma per le stradine di campagna laziale, mentre il cielo iniziava a liberarsi dalle nuvole e il caldo iniziava a farsi sentire. Dopo una brevissima pausa di rifornimento acqua a Vejano ripresi la via, e iniziai a sentire un po’ la stanchezza, ma ahimè ero ancora a metà strada. All’incorcio con la Cassia, vidi le prime indicazioni della via Francigena che indicavano un sentiero sterrato. Un collega ciclista si fermò per chiedermi se sapessi come fosse quel sentiero. Mi raccontò del suo viaggio: 900 km dal piemonte, sulla via Francigena, proprio quello che avrei voluto fare io, ma al ritroso. Munito di mini guida e timbri sulla tessera del pellegrino che testimoniavano le tappe realizzate. L’incontro mi infuse nuova vita alle gambe e ripartii più sollevato. Ogni volta che tento di spostare i miei limiti un po’ più avanti incontro qualcuno per cui quei limiti sono cose da nulla. Di lì fino a Viterbo la strada fu semplice e leggera, tutta lievemente in discesa, una piccola pacca sulla spalla dalla natura che mi diceva coraggio ce la puoi fare. Arrivato però all’uscita Viterbo sud, iniziarono 10 massacranti km di leggera salita. Massacranti psicologicamente, perché mi sentivo ormai arrivato. Pausa ristoro con un pezzo di pizza, l’ultimo rimasto ad una pizzeria poco prima che chiudesse. Viterbo alle ore 14 in un giorno della settimana di Ferragosto città fantasma. Dopo un gelato, schiaccai un pisolino ai piedi del monumento ai caduti (giustappunto) per tentare di recuperare un po’ di energie. Alle 16 era ormai ora di rimettermi in strada, ma chi glielo avrebbe spiegato alle mie povere gambe? Con gentilezza le convinsi a muoversi spiegando loro che il più era fatto e omettendo la salita finale che mi avrebbe portato su a Montefiascone. Da Zepponami a Montefiascone, due km e mezzo di salita. Non mi dilungo sulla quantità di sudore e di acido lattico. La prima tappa era conclusa.

Vasto Siren Festival

Quando la prima edizione di un festival rock (con nomi altisonanti come The National e Mogwai) viene organizzata a poche centinaia di km da casa tua, la prima cosa che ti viene in mente é la possibilità di unire tre passioni musica, bici e mare con un’ unica Epica avventura.

Vasto Siren Festival-1Poco prima della partenza
Vasto Siren Festival-2Verso la stazione Tiburtina
 Vasto Siren Festival-4
Quì se la ridono, ancora
Vasto Siren Festival-5Eccheli qua
Vasto Siren Festival-6
Lei acqua…ci sta da lavorare…
Vasto Siren Festival-7Ortona non perdona
Vasto Siren Festival-8Ma alla fine si fa conquistare
vVasto Siren Festival-9Yess!
Vasto Siren Festival-10Ci aspettavano..?
Vasto Siren Festival-12Vasto ci accoglie in festa
Vasto Siren Festival-11I meravigliosi giardini di Avalos

 Così pensammo e così mettemmo in pratica. La formazione di epici  perse uno dei suoi elementi storici, Vale, ma acquisì una nuova entrata l’inarrestabile Criss. Decidemmo quindi di programmare un itinerario più semplice, con poco dislivello, in modo da dare alla nuova arrivata la possibilità di entrare gradatamente nello staff. Il sottoscritto studiò il percorso Pescara-Vasto. Parlando con indigeni e dando un’occhiata veloce alla cartina, decretò che fosse adatto alle nostre necessità. Sebbene 60 km suonassero un po’ impegnativi come prima avventura, ma essendo un percorso costiero, con alcuni tratti di ciclabile, sarebbero state sufficienti tre pause, magari con un bagnetto, per rendere la fatica superabile. A meno che…

A meno che i 60 km non fossero stati più di 70, a meno che i tratti di ciclabile non fossero stati solo 10 o poco più e, soprattutto, a meno che il dislivello totale non fosse stato più di 800metri! Povera Criss, ma poveri anche gli altri due epici che, impiegando più di sette ore a percorrere tutto il tragitto, si persero preziosi anni di vita e ore di festival…

Il tragitto all’inizio fu in realtà molto tranquillo, il percorso da Pescara a Francavilla lo percorremmo su ciclabile, e arrivati alla statale 16, dopo un’oretta circa di cammino, decidemmo di fare una pausa ristoratrice. Frittura, carpaccio di spada e tonno, insalata di mare, e polpo e patate e birra. Ce la stavamo proprio prendendo comoda, non immaginavamo di aver solamente finito il riscaldamento. Di lì in poi la ciclabile scomparve. Per arrivare ad Ortona incontrammo tre salite di una 50 di metri, ma parecchio ripide. Poi tanti tanti km, fino ad un’altra pausa, in un chioschetto sulla spiaggia, poco dopo il fiume Sangro e appena prima di iniziare la vera sfacchinata: i duecento metri di salita fino a Vasto. Abbondammo di pause sulla strada per riprendere fiato ed abbeverarci. Stretching e auto incoraggiamenti da dispersi nei ghiacci. Ad ogni curva spuntava una nuova salita. Ma non dovevamo andare al mare?!? – Il sottoscritto necessita a questo punto di un inciso, per esprimere tutto il suo più sincero sentimento di gratitudine nei confronti dei propri compagni di avventura, tanto pazienti e comprensivi, che hanno risparmiato la vita alla guida ciclistica dopo aver saputo da una saccente barista che non si voleva fare gli affari propri, che almeno una salita se la sarebbero potuta risparmiare facendo la statale, grazie ancora – Verso le 19 dopo solo sette ore di movimenti rotatori di piedi e cosce arrivammo a destinazione. Il festival era già iniziato e alcuni concerti erano anche già finiti, impavidi, instancabili e un po’ rintronati dalla stanchezza, dopo una velocissima doccia, eravamo già pronti a recuperare il tempo perso, epici, come sempre, andammo incontro al nostro destino da groupie.
Pure Criss, che c’ha raggiunti dopo un’oretta di morte apparente.

In conclusione:
70km non sono epici, sono troppi, al ritorno prendemmo il treno…

Per chi si è perso il festival una piccola sintesi la trovate qui


Copertoni (e l’insostenibile mania del modding)

Un pc più potente, una moto più veloce, una fattoria più megalomane a Farmville. L’uomo sogna costantemente l’upgrade. Da dove nasca questo suo irrazionale desiderio di perenne potenziamento non ne ho idea, ma ne ho ben chiari gli effetti di dipendenza. Ho ben chiaro il meccanismo psicologico che porta a fantasticare un futuro diverso e migliore una volta ottenuto quel più. Pensare a quanto saresti più felice e a quanto ti sia fondamentale, indispensabile per essere felice. Ti attacchi morbosamente all’idea da non considerare l’inevitabile effetto dell’assuefazione, che annulla ogni gratificazione successiva alla realizzazione, spostando il raggiungimento della felicità al completamento di un nuovo upgrade. Ma peggio ti fa chiudere gi occhi di fronte ai vari segnali che la vita ti mette sulla strada per avvertirti dell’insensatezza di questa mania e del rischio di perdere la tua anima. Questi ragionamenti non mi erano estranei mentre perdevo un’ora e più di un afoso sabato pomeriggio di luglio a smontare la Beatrice per rimettere i suoi copertoni originali. Quelli che aveva addosso in quel momento erano un precedente upgrade, per un assetto più sicuro, con dei copertoni anti foratura e quindi però anche più pesanti. Ora era giunto il momento di tornare ad una versione più veloce con quelli lisci iniziali. Già pensavo che quel lavoro non fosse molto logico con tutte le cose più interessanti e rilassanti che poteva offrire l’inizio del week end, nonostante ciò la parte più forte di me voleva scoprire quanto avrebbe corso più veloce, quanto in meno avrebbe faticato da lì in avanti. Così, quando il cacciacopertone si spezzò mentre ero intento a far leva per tirare via il primo, ci passai sopra con distrazione, ero già con la mente al giorno dopo quando avrei testato la modifica sul grande sentiero anulare, per provare se i tratti fuori strada del percorso fossero fattibili con un assetto stradale. Una volta terminato il montaggio, il fatto che il pezzo di cacciacopertone, che scordai di rimuovere, forò la camera d’aria, fu ai miei occhi solo un contrattempo di una decina di minuti persi per la sostituzione. Certo sotto al sole più caldo dell’anno, ma soffrire arricchisce l’obiettivo finale di un gusto epico. La mattina del giorno dopo partii per questa passeggiata di una cinquantina di km, deciso a documentare con foto e video l’avventura. Ricordai di prendere anche una camera d’aria di ricambio, e quando dopo 20km forai, sperduto nel nulla del parco dell’aniene, sogghignai pensando di aver buggerato il destino. Peccato che la seconda camera d’aria fosse in realtà una usata che avevo tentato di riparare con una toppa e che iniziò a perdere aria dopo che rimontai tutto. Devo essere sincero, a conclusione della disavventura non mi è ancora del tutto chiaro se il destino cerchi di venirti incontro per farti aprire gli occhi di fronte alle tue manie o se piuttosto tessa con cura i suoi piani, costruendo la fregatura a piccoli passi e facendo leva proprio sui tuoi punti deboli più infimi. Qualunque sia il suo scopo, meglio i copertoni antiforatura…

Il P.S. è per l’amico Nunzio senza il quale starei ancora per strada a spingere la bici

06 – #proprietaprivata

04/03/2014

06_proprietaprivata

228km

05 – #pontemilviochesepioveunaltropoceloperdiamo

05_pontemilviochesepiove

189km

04 – #oasiurbana

18/02/2014

04_oasiurbana

151km

Le periferie possono stupire

03 – #subbiciclando

11/02/14

03_subiciclando

115km

Pedalare sotto la pioggia di febbraio… da fare, da fare

02 – #pontemilviogalleggiante

04/02/2014

02_pontemilviogalleggiante

76km

Reggerà anche stavolta il nostro caro Ponte Mollo

01 – #lucchettiacrobatici

28/01/14

01_lucchettiacrobatici

38km

Inizia il conteggio dei km percorsi senza benzina! Missione: superare quota 2000!

Camogli

“Eh….per arrivarci… devi fare il passo del Bracco!” questa frase che suona  come una maledizione e che non ha niente a che vedere col celebre gioco da bambini “Un-due-tre, stella!” fu l’ultimo e determinante fattore a farmi desistere dall’idea malsana di raggiungere Camogli in bici (700 metri di dislivello e 60km!) e ad optare invece per un comodo treno che in un’ora e mezza m’avrebbe portato a destinazione. Fu il giusto inizio per la parte rilassante della vacanza. Mi concessi il lusso di un b&b, a due passi dal centro, e fui scarrozzato e coccolato da una coppia di amici, uno dei quali originario del luogo. Quindi escursione a punta Chiappa e San Rocco, San Fruttuoso col Cristo sommerso, Genova (Zena per gli amici), in giro per i vicoletti del centro, e i paesini limitrofi e poi trofie al pesto, focaccie con cipolle, focaccie semplici, focaccie al formaggio e ultimi, ma solo perchè appartenenti alla categoria dolci, i Camogliesi al rum, vere minacce per la linea, bom bon in pasta di mandorle e cioccolato con un carattere prepotentemente liquoroso e boni da impazzire.
Questo piccolo paesino è un gioliello, con le sue casette in tromp-l’oeil, e le mille persiane colorate, la cura estetica per tanti piccoli particolari che valorizzano ogni dettaglio del luogo, le viette che si inerpicano con mille gradini sù e giù su questa rigogliosa e impervia costa. Simbolo di un fiero e mugugnoso popolo.

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