Le Cicloepiche

Avventure di aspiranti cicloamatori

Category: Liguria-Val d’Aosta 2013

Camogli

“Eh….per arrivarci… devi fare il passo del Bracco!” questa frase che suona  come una maledizione e che non ha niente a che vedere col celebre gioco da bambini “Un-due-tre, stella!” fu l’ultimo e determinante fattore a farmi desistere dall’idea malsana di raggiungere Camogli in bici (700 metri di dislivello e 60km!) e ad optare invece per un comodo treno che in un’ora e mezza m’avrebbe portato a destinazione. Fu il giusto inizio per la parte rilassante della vacanza. Mi concessi il lusso di un b&b, a due passi dal centro, e fui scarrozzato e coccolato da una coppia di amici, uno dei quali originario del luogo. Quindi escursione a punta Chiappa e San Rocco, San Fruttuoso col Cristo sommerso, Genova (Zena per gli amici), in giro per i vicoletti del centro, e i paesini limitrofi e poi trofie al pesto, focaccie con cipolle, focaccie semplici, focaccie al formaggio e ultimi, ma solo perchè appartenenti alla categoria dolci, i Camogliesi al rum, vere minacce per la linea, bom bon in pasta di mandorle e cioccolato con un carattere prepotentemente liquoroso e boni da impazzire.
Questo piccolo paesino è un gioliello, con le sue casette in tromp-l’oeil, e le mille persiane colorate, la cura estetica per tanti piccoli particolari che valorizzano ogni dettaglio del luogo, le viette che si inerpicano con mille gradini sù e giù su questa rigogliosa e impervia costa. Simbolo di un fiero e mugugnoso popolo.

Le cinque terre

Arrivai con calma alla stazione termini, con quaranta minuti di anticipo; smontai con tranquillità la Beatrice, la impacchettai e la riposi in un angolo del vagone, mi sedetti comodamente al mio posto, nessuno accanto a me. Quando attaccai il telefono alla presa della corrente pensai che i venti euro in più quel freccia bianca li valeva tutti. Nessuna corsa, nessuna coincidenza da prendere, pensai “che strano quest’anno non succede nulla, cosa racconterò ai posteri?”. Era ancora molto presto, ma il destino era già sveglio, mi sentì, e si incazzò parecchio. Arrivato a La Spezia nel rimontare la bici m’accorsi che un pattino del freno di dietro non c’era più. Prima di uscire di casa, preso da un momento di zelo, pensai bene di sostituirlo perché mi sembrava troppo consumato, evidentemente poi l’avevo rimontato male. Molto male. Era il 15 agosto, pensai che le probabilità di trovare un ciclista aperto a La Spezia erano pressocchè nulle e decisi che mi sarei fatto bastare quelli davanti. Prima di ripartire scoprii che il gps non leggeva l’itinerario, ma poco male tanto l’avevo stampato. I primi 10km furono di salita e bruciore di cosce, approfittai di ogni punto panoramico per riposarmi e fare foto. La prima discesa mi tenne col fiato sospeso mentre i freni davanti iniziavano a mandare urla di dolore. Ma l’incubo doveva ancora cominciare. Arrivato alla prima delle cinque terre, Rio maggiore, la strada peggiorò bruscamente, neanche il rapporto più corto era sostenibile. Una salita lunghissima che dovetti suddividere in diverse tappe. Arrivato in cima ero sfinito, ma contento: sapevo dalla mappa che quella era l’ultima salita poi dovevo solo discendere. Purtroppo il destino ce l’aveva ancora con me e dei lavori in corso mi imposero una deviazione obbligatoria verso Vernazza che mi costrinse a perdere tutto il potenziale acquisito, su per giù quattrocento metri. Sperai inutilmente che esistesse una strada costiera per raggiungere Levanto, macchè! In Liguria o è salita o è discesa. Un ciclista tedesco mi indicò una strada, per altro chiusa pure quella alle autovetture a causa di una frana, che risaliva un’altra volta da zero a cinquecento metri in poco piu di sei km. Ormai erano le 15 passate, neanche una nuvola, caldo bestiale. Fortunatamente avevo acqua e ancora un po’ di forza di volontà. Ad ogni tornante che sembrava l’ultimo ne compariva un altro più in alto. Finalmente iniziò la discesa, ma era davvero ripida e quei poveri freni lì davanti fischiavano come matti, e tutt’ad un tratto la ruota davanti si sgonfiò di botto come se si fosse lacerata. La cosa era assai strana perchè avevo montato apposta dei copertoni piu pesanti antiforatura! Cambiando la gomma non trovai alcun corpo estraneo.. Avevo bucato dall’interno, o meglio come mi spiegò in seguito un ciclista, si era spostato il nastro interno che protegge la camera d’aria dai raggi decapitando la valvola! La camera d’aria di riserva che avevo comprato non andava bene, aveva un attacco troppo grande. Così misi la seconda scelta: una camera d’aria rattoppata che avevo portato per estrema necessitá. Arrivato al campeggio montai la tenda con le ultime forze, e mi diressi verso il paese per cercare un ciclista e un bagno ristoratore. A questo punto penso che il destino si accontentò della prova e mi venne incontro, con mia immensa gioia, nonostante fossero le 19 del 15 agosto, trovai un ciclista ancora aperto dove comprare freno e camera d’aria, mi sembrò allora verosimile che nella vita la percentuale cattiva e buona sorte si equilibrano, basta solo aspettare il momento giusto per fare la media. Da quel momento in poi, per i tre giorni successivi, la Beatrice mi servì solo per il trasporto campeggio-paese. Tra visite in barca e a piedi col treno mi girai tutti i paesi delle cinque terre e Portovenere, mentre grazie ad una meravigliosa ciclabile ricavata da una ex ferrovia visitai in bici i paesi più a nord da Levanto fino a Framura. Per fortuna senza ulteriori contrattempi ed in compagnia della quotidiana focaccia ligure!

 

 

 

 

 

 

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