Le Cicloepiche

Avventure di aspiranti cicloamatori

Category: Puglia 2012 (page 1 of 2)

Puglia Cicloepica – Peschici-Scapicollo-Vieste

Cosa c’è di meglio per concludere una vacanza a minimo comfort, piena di imprevisti e fisicamente stressante, che rifugiarsi ospite dei propri zii, amorevoli e soprattutto goderecci? Quei giorni al Gargano fui rimpinzato come un oca. Ogni pasto era teatro di banchetti pantagruelici in cui dolce, caffè e liquori concludevano inevitabilmente un rigido rituale di primo, secondo, antipasti e contorni che viaggiavano per la tavola senza rispettare un ordine cronologico di portate. Le piazzole con le loro roulotte erano adiacenti alla spiaggia. Il mare era trasparente e calmo, la spiaggia sabbiosa e morbida. Dopo il pranzo del primo giorno sentii che ero a rischio di trasformarmi da cicloepico a badipo ruminante, per cui cercai di correre ai ripari arruolandomi, nel team di coraggiosi che lo zio Ezio stava reclutando per la risalita dello scapicollo.
Io in realtà volevo solo andare a Peschici dove non ero mai stato per  visitarla in tutta calma, visto che il giorno prima l’avevamo vista solo da lontano; lo scapicollo era la strada piú breve per raggiungere Peschici e dato che percorrerlo in salita senza mettere i piedi per terra era un test a cui veniva sottoposto ogni nuovo avventore, test che nessuno riusciva a portare a termine con successo, dovevo per forza partecipare anche io.
Dopo circa cinque minuti dalla partenza ero già con entrambi i piedi per terra a cercare di rimettermi in sella, cosa che sembra assurdo da dire ma era impossibile! Per risalire lo scapicollo maledetto era necessario utilizzare i rapporti più corti possibili, un po’ per la pendenza, un po’ a causa delle buche e della moltitudine di sassi che però rendevano assai arduo ripartire da fermi. Le ruote a causa della polvere, slittavano sul posto e tu pedalavi come un matto, facendo schizzare i sassi da una parte e dall’altra, senza spostarti di un millimetro.
Mentre risalivamo, cercando di digerire tutto il ben di Dio del pranzo, alcuni signori che scendevano nella direzione opposta ci avvertirono che in cima era scoppiato un grande incendio e che dovevamo tornare indietro se non volevamo rischiare di ritrovarci dentro le fiamme. Noi ringraziammo e continuammo a seguire Ezio che imperterrito andava avanti per la sua strada. Effettivamente stavamo proprio andando in direzione delle colonne di fumo che si vedevano sbucare dalle cime degli alberi. Gli aerei addetti allo spengimento delle fiamme ci volavano sopra alle teste e sembravano vicinissimi. Cominciai a temere di ricevere il più grande gavettone della mia vita!
La fortuna ebbe la meglio sul nostro spirito incosciente, l’incendio era un po’ più distante dalla strada e arrivati in cima degli agenti della forestale ci indicarono una deviazione per tornare sulla strada asfaltata.
A causa del cambio di strada, e della quantità di energie e tempo investite per la risalita dello scapicollo, non riuscii a raggiungere Peschici. Riuscimmo a tornare al campeggio appena in tempo per il rituale del bagno al tramonto. Per la cena era stato prenotato un tavolo al ristorante del campeggio, perché c’erano da festeggiare due compleanni. E fu altro cibo e dolci.
Il giorno successivo convinsi lo zio a raggiungere Peschici in mattinata, volevo anche comprare qualche dolce per ripagare la splendida ospitalità. Per evitare di restare bloccati di nuovo su per lo scapicollo, visto che c’erano ancora aerei che facevano i viaggi per spegnere altri incendi, decidemmo di percorrere la strada asfaltata. La fatica rispetto all’andata fu minore, ma comunque una bella ammazzata. Ero sì scarico di borse e sull’asfalto si andava molto meglio che sullo sterrato, però tenere il ritmo dello zio – e stavolta non avevo scuse non potevo farmi distanziare troppo – fu comunque parecchio impegnativo. Ripetemmo , come al mio arrivo la sosta al bar in cima all’ultima salitona prima di Peschici per recuperare i liquidi. Mi immagino che avrà pensato il ragazzo al bancone a vedersi di nuovo sti due soggetti zuppi di sudore e boccheggianti arrivare trafelati, scolarsi le bibite e ripartire di corsa.
La visita a Peschici fu breve, perdemmo un po’ di tempo ad una mostra sulle torture medievali che era ospitata all’interno del castello e fu già ora di tornare. Non riuscimmo nemmeno a trovare dei dolcetti, per cui mi ripromisi in serata di andare anche a Vieste, visto che dal campeggio erano solo altri quindici chilometri di strada, senza salite.
Il pomeriggio lo dedicai a preparare le cose per la partenza del giorno successivo. Secondo la copia degli orari dei treni del gargano, che avevo scrupolosamente recuperato a S. Severo, sarei dovuto partire alle 5 di mattina per prendere il treno delle 6. Ormai i miei parenti neanche si sconvolgevano più quando sentivano i miei folli piani.
In serata però dovevo assolutamente raggiungere Vieste in modo da acquistare i biglietti, vista l’esperienza traumatica a Carovigno! Così verso le sei cominciai a sensibilizzare lo zio per muoverci, che stavamo facendo tardi. Tra l’altro all’acquisto di dolci e di biglietti si aggiunsero altre commissioni degli altri abitanti della comune. Alle sei e mezza eravamo in sella, ma secondo i miei calcoli per riuscire a fare tutto dovevamo sbrigarci di brutto, perché rischiavamo di dover tornare col buio e io col buio non avevo ancora fatto pace. Feci l’errore di mettere fretta allo zio che quindi mise la quinta. Ce la misi tutta per stargli dietro… inutilmente. Fu l’ennesimo bagno di sudore e dolore di cosce.
Raggiunta Vieste, alla biglietteria mi accorsi di aver imparato a memoria gli orari sbagliati e l’impiegata mi disse che c’era un treno alle 13 che da Peschici arrivava a S.Severo. Gran lusso, non dovevo neppure fare l’ammazzata finale. Ora non restava che trovare una pasticceria.
Girammo in lungo e in largo alla ricerca di alcuni dolci tipici di Vieste, ma niente, non si trovava una pasticcerica aperta e nel frattempo il sole cominicava a nascondersi dietro le montagne. Stavamo per desistere quando, chiedendo agli indigeni, riuscimmo infine a trovare dei pasticiotti, coi quali ormai sapevo di andare sul sicuro, e quindi via! potevamo tornare. Fummo però subito inglobati nel traffico serale causato dal rientro dei traghetti e dalla massa di villeggianti che venivano al paese per la cena. La strizza di restare di nuovo per strada con le tenebre mi diede l’energia per fare lo sprint finale, altri quindici chilometri più veloci della luce del crepuscolo, a sgattaiolare tra i pedoni, con lo zio dietro stavolta, che controllava che non mi cadessero i dolci dal portapacchi. Che ansia!
Diedi veramente tutto quello che potei e mi sa che se ne accorse anche lo zio, che impietosito si offrì di accompagnarmi alla stazione in macchina il giorno dopo.
Tutta la fatica per recuperare i dolci fu pure inutile, perché arrivati al campeggio scoprimmo che quella sera c’era un’altro compleanno da festeggiare ed era stata già comprata la torta, spumante ecc… fortunatamente i miei dolci erano secchi e di una cosa ero certo in quella compagnia non sarebbero certo andati sprecati.

 

Puglia cicloEpica – Torre Santa Sabina-Peschici

Al quarto smontaggio di tenda in dieci giorni avevo ormai perfezionato la tecnica di impacchettamento e di riorganizzazione dei bagagli. Da bravo informatico avevo trovato un valido algoritmo per ottimizzare i tempi, quindi in un’oretta ce l’avrei pure fatta ad uscire dal campeggio, se non avessi notato che al portapacchi della Vecchia era saltata via una vite. Non era proprio fondamentale, visto che di chilometri ormai me ne rimanevano pochi da fare. Sarei dovuto arrivare a Carovigno, percorrendo circa sei km, prendere un regionale, scendere ad Ostuni e, impacchettata la bici, salire su un intercity, scendere a san Severo, risalire su un regionale fino a Peschici e da lí un ultima tratta pedalando per quindici chilometri. Un bello strapazzo, ma solo organizzativo. Ormai, peró, all’interno del mio cervello gli ingranaggi s’erano cominciati a muovere e giá frugavo tra i rifiuti dei vecchi campeggiatori, che nonostante la mia bonifica ancora comparivano quà e là in giro per la piazzola, alla ricerca di materia prima per costruire una soluzione fai da te. Cosa poteva esserci di meglio di una di quelle gabiette che tengono fermi i tappi dello spumante per creare un piccolo cappio, che fissasse il portapacchi al telaio della bici in modo che non sballottolasse a destra e a manca? Forse, se avessi sostenuto qualche esame di fisica meccanica, avrei avuto la risposta prima dell’esito della prova empirica, ma lí per lí mi sembró un’idea geniale. La costruzione dell’acrocco mi costò qualche minuto di ritardo sulla tabella di marcia. Ritirai i panni, fortunatamente sopravvissuti all’umiditá notturna, salutai i miei amici romagnoli e partii in direzione Carovigno. Ricordavo dalla passeggiata per Ostuni di due giorni prima, che la stazione era molto piú vicina del centro del paese. Si trovava fortunatamente prima che la strada diventasse ripidissima. Tuttavia non ero tranquilo, se avessi perso quel treno sarei dovuto arrivare fino ad Ostuni pedalando, e quella salita l’avrei dovuta fare davvero, questa volta senza colazione e carico di bagagli. Allora tenni un passo svelto e trasalii quando arrivato in prossimitá della stazione sentii l’altoparlante dichiarare: “treno proveniente da Bari in arrivo al binario 2!”. Cavolo nonostante avessi dato energia alle coscie c’avevo messo troppo! Lo stavo perdendo! Mi misi a correre come un matto e solo quando controllai l’ora, arrivato alla stazione, mi resi conto che quel treno non era il mio, procedeva in direzione opposta, ero arrivato con un quarto d’ora di anticipo!
La stazione era deserta e non c’era proprio traccia di una biglietteria, io ovviamente il biglietto non ce l’avevo, contavo di comprarlo lì. Aspettai per un po’ e capii che, se avessi voluto prendere quel treno, avevo come unica possibilità quella di buttarmi dentro in modo clandestino e impietosire il capotreno. Dovevo fare solo una fermata in effetti e speravo che la bici carica di borse facesse il suo effetto patetico. Così feci, e la corsa fu coì breve che non ebbi neanche il tempo di vederlo il capotreno. Scesi ad Ostuni, invisibile come un fantasma. Meglio così. Da quel momento avevo un’oretta per costruire il pacco bici.
La scena vista da fuori doveva essere curiosa: avevo aperto il telo dentro la sala d’attesa, allargandolo tutto, occupavo metà della superficie. Gli altri passeggeri in attesa sbirciavano, affacciandosi dai loro libri. Ogni tanto mi sfuggiva un elastico e si sentiva una schicchera, oppure la bici cadeva di lato e faceva un botto. Dopo una ventina di minuti avevo concluso il lavoro, mani nere di grasso e fronte sudata, ma ero soddisfatto, la confezione era davvero perfetta. Questa versione era dotata anche di tracolla, ricavata con della fune avanzata. Caricare sul treno tutti i miei bagagli e la bici impacchettata non fu facile come a Napoli. Stavolta non avevo la comodità di prendere il treno dal capolinea e, poichè una volta in stazione avrebbe sostato solo pochi minuti, avevo paura di non fare in tempo a traslocare tutto, temevo di caricare il pacco con la bici e restare a terra nel tornare a prendere le altre borse. Quando il treno arrivò, il confuso sali e scendi  dei passeggeri e i fischi del capotreno mi fecero aumentare l’ansia ancora più. Presi il primo vagone che mi si fermò davanti, scordando di dover cercare la carrozza assegnatami dal biglietto, e infatti salii esattamente agli antipodi del mio posto. Il capotreno  fu abbastanza accomodante e mi dimezzò la pena chiedendomi di spostare i bagagli nella carrozza adibita ai disabili , la seconda successiva nella direzione di marcia. Fintanto che non fosse arrivato qualcuno che l’avesse rivendicato, potevo piazzarmi lì con tutto l’armamentario.
Durante il viaggio, ero un po’ preso ad appuntarmi le note di viaggio e non mi accorsi che il mio vicino, parcheggiato anche lui nei posti per disabili stava vivendo un piccolo dramma. Era straniero, riconobbi che parlava francese, un po’ di inglese e nulla di italiano. Non aveva il biglietto e non aveva neanche i soldi per comprarlo fino a destinazione. Capii più o meno la situazione quando ricomparve il capotreno e gli spiegò che il massimo che poteva fare per lui era di farlo scendere alla fermata precedente a quella della sua destinazione. A quel punto il francofono propose come forma di baratto per il tragitto scoperto, una bottiglia di succo di frutta che aveva comprato prima di salire sul treno! Il capotreno era accomodante sì, ma tutto d’un pezzo e non si fece corrompere dalla bibita. Colpo di scena inaspetatto fu  la comparsa di un nuovo personaggio, una signora brasiliana che spuntò dal nulla e chiese al capotreno quanto ammontasse la differenza che l’altro passeggero non era in grado di pagare. Cinque euro rispose il capotreno.  La signora prese il portafogli e saldò il conto senza battere ciglio. Disse che una volta qualcuno l’aveva aiutata nello stesso modo e che si sentiva nell’obbligo morale di fare altrettanto. Che meraviglia! Il ragazzo non sapeva come sdebitarsi, prese l’unica cosa di valore che possedeva e costrinse la signora ad accettare il succo di frutta.
Io mi sentii un vero menefreghista, me ne ero stato li ad osservare tutta la scena, con lo stesso distacco che se l’avessero proiettata in tv,  non mi era mai venuto in mente di offrirmi di pagare la  differenza del biglietto. Ero  rimasto talmente colpito da quel gesto di solidarietà che cercai a modo mio di dare il mio contributo alla società, mi traformai in buon samaritano e ogni volta che qualcuno non riusciva ad aprire le porte del vagone o non riusciva a sollevare i bagagli subito intervenivo io a dare una mano.
A San Severo, arrivai all’ora di pranzo. Avevo qualche minuto per andare a mangiare qualcosa e così cercai un bar per acquistare un panino. Trovato un piccolo alimentari entrai senza legare la bicicletta e stavolta fui redarguito per non averla incatenata. Forse per questo motivo scappai da quella cittadina con una sensazione di disagio a pelle che non so spiegare.  Presi il calendario con gli orari delle varie corse delle ferrovie del Gargano per organizzare il mio ritorno, a prima vista non erano molte quelle che avevano il trasporto delle bici, ma vabbè me ne sarei preoccupato i giorni successivi. Ora potevo salire sul mio treno e in un paio di ore arrivare finalmente a Peschici, pronto per un sano soggiorno di relax, ospite dei miei cari zii. Certo un po’ mi dispiaceva l’idea di aver già concluso le mie avventure sulla Vecchia, ma sentivo che per essere la prima esperienza potevo ritenermi soddisfatto. In più la sveglia presto e la corsa fino a Carovigno, le pedalate ad Ostuni dei giorni prima, tre notti a dormire in quel campeggio erano tutte esperienze che si erano accumulate sul mio fisico e cominciavo a sentire il bisogno di un po’ di riposo. Quando arrivai alla stazione venne a prelevarmi il mio zio avventuriero, il mio mentore e modello per le avventure vacanziere, il grande zio Ezio. Arrivò tutto sudato e in bici anche lui. Con la sua versione di pantaloncini ciclisti, modello lottatore di wrestling, che facevano mugulare di invidia i miei. Un abbraccio, una foto insieme ad immortalare l’impresa del nipote cicloturista. Mi disse che gli altri zii l’avevano consigliato di prendere la macchina per venirmi a prendere. Ma lui: “No! sarebbe un’onta troppo grande per lui! Vado in bici così arriva in campeggio con le sue gambe!”. E io: “Ma sì, e poi che ci vorrà mai? son solo una decina di km no?”
“Si… beh però è un po’ più distante di quello che mi ricordavo, pensavo che la stazione fosse a Peschici invece c’è da fare un bel pezzo… ma vabbè dai andiamo!”
Sentire mio zio lamentarsi per aver fatto un paio di km in più del previsto mi sembrava davvero strano. Di solito lui è l’inarrestabile, parte e alè non lo vedi più. Forse ormai erano passati un po’ di anni anche per lui. Nonostante queste considerazioni io mi sentivo un po’ di ansia da prestazione, tutto vestito così da ciclista esperto, chissà quanti km si aspettava avessi fatto.
“Vuoi che ti porto qualche bagaglio?” mi chiese.
Dopo il discorso che aveva fatto sull’onta per arrivare al campeggio in machina era scontato che rispondessi: “Ma no zio non ti preoccupare, ce la faccio da solo”
“Ok allora vai avanti te, così fai il passo”.  Via, partimmo. Dopo trenta metri la strada sembrava la rampa del garage di casa dei miei. Ovviamente noi eravamo dentro al garage in quel momento e dovevamo arrivare in cima. Cinque minuti e avevo il cuore nella soglia rossa, quella che nel grafico immaginario segna “Pericolo infarto”.  Mi giro e ovviamente zio è attaccato alla mia ruota posteriore. Mi ripeto mentalmente come un mantra, che per ogni salita deve esistere una discesa e recupero uno spirito da samurai che non pensavo d’aver messo nello starter kit.
Fortunatamnete lo zio è un amante della fotografia per cui arrivati in cima alla salita ci fermmammo a fare foto al paesaggio. Splendido devo dire, con Peschici sullo sfondo e il mare di un blu che non dimenticherò mai. Feci in tempo a dirgli: ” zio, io mi sa che rallento un po’ perch…” che lui attaccò: “Ora facciamo una strada che è un po’ più ripida, ma più bella, poi ti porto allo scapicollo, andiamo!” “Che cos..?” Niente, era già ripartito, stavolta almeno era davanti lui e non avevo l’ansia di rallentarlo. Dopo una bella lunga discesa la strada drammaticamente tornò l’incubo di qualche minuto prima. Passai in rassegna tutti i rapporti che la Vecchia aveva a disposizione e il distacco con lo zio aumentò vergognosamente.
In cima alla seconda salita ci fermammo ad un chiosco per dissetarci. In pochi minuti c’eravamo svuotati un litro di acqua a testa. Ripartimmo e zio prese senza diritto di replica la famosa deviazione per la strada più ripida. Per due o tre volte lo ripetè: “Dai, un ultima salita e poi comincia la discesa”, ormai non gli credevo più. D’un tratto la strada divenne uno sterrato, con tanto di ciottoli e polvere, pensai d’essere vittima di uno di quegli scherzi televisivi che si fanno ai vip. Ogni volta che pensavo d’essere arrivato al limite, la situazione peggiorava. Lo zio andava spedito e in più punti dovette fermarsi ad aspettarmi. Io arrancavo e un paio di volte mi fermai per la troppa ripidezza. Ma non finiva mai quella salita maledetta? Lo zio se ne stava fermo ad aspettarmi in cima all’ennesimo montarozzo.  Quando lo raggiunsi mi disse: “Eccolo, questo è lo scapicollo! E’ bello vero?” Davanti a noi iniziava la discesa, ma non era mica quello che mi aspettavo. Era sempre tutta sterrata, sempre più accidentata, con una quantità di sassi che rendeva impossibile percorrere spediti e metteva a dura prova l’equilibrio. Mi venne in mente come un fulmine a ciel sereno il “raggio della morte” della mia ruota posteriore e le parole di Simone ad Ostuni. “E’ pericolosissimo! la ruota potrebbe piegarsi e te finisci per terra!” per non parlare poi del portapacchi che era tenuto con un accrocco degno delle invenzioni dell’A-Team. Ma zio era già ripartito che non lo vedevo più. Mi gettai nelle braccia del destino ormai ridendo isterico e pensando che tutto sommato era un luogo così bello che se ci avessi tirato le cuoia non mi sarebbe dispiaciuto poi troppo. La strada era davvero bella, passava attraverso un bosco e sotto si intravedeva il mare. Ezio è pazzo, ma riconosce la bellezza e sa che per meritarla ci si deve immolare così e lottare per conquistarla. La discesa fu infinita, tiravo i freni con la forza della disperazione, pure le braccia ormai mi facevano male, avevo i tricipiti indolenziti. Arrivammo al campeggio che mi sentivo un eroe e il bagno al tramonto nell’acqua cristallina del gargano fu la ricompensa più gloriosa che avrei mai potuto assaporare.

 

 

 

Puglia cicloEpica – Torre S.Sabina-Cisternino-Torre S.Sabina

Avevo due giorni da trascorrere in questa tappa e due mete da visitare, la riserva naturale di Torre Guaceto e Ostuni e i suoi dintorni. Decisi di cominciare dalla seconda in modo da avere il giorno successivo per rilassarmi prima della partenza. Per cui dopo una veloce colazione mi misi di nuovo in sella e mi diressi alla volta di Carovigno a pochi chilometri di lì e molti metri di altezza. Nonostante avessi lasciato i bagagli al campeggio, la bici sembrava fatta di cemento armato. Mi fermai al centro del paesino decisamente affaticato e non ero ancora a metà strada per Ostuni. Fortunatamente la strada da lì in poi divenne più dolce. Arrivai ad Ostuni e feci un giro per il centro storico tra fischietti, trulli tascabili e soprattutto pucce. Finalmente riuscii ad assaggiarne una, da poter inserire nel dossier dei cibi locali. La città bianca non deluse, scorci e panorami da lasciarci la batteria della macchinetta fotografica.
Avevo un pò di tempo prima di rimettermi in marcia per Cisternino, un paesino ad un’altra quindicina di chilometri che gli amici salentini mi avevano consigliato di vedere, per cui andai alla ricerca di qualche souvenir. Chiesi al negoziante di impacchettarmene uno per bene perché il viaggio in bicicletta sarebbe stato rischioso. Anche lui era un appassionato di turismo in bicicletta e mi diede qualche dritta per arrivare a Cisternino e mi consigliò di fare un po’ di strada in più per arrivare a Caranna dove c’era una discesa che passava attraverso una pineta e una volta arrivati fino a lì era un peccato non farla. Fantastico, in ogni luogo c’era un amico, mi sentivo in compagnia, anche se giravo da solo. Mi tranquillizzò anche per la strada per arrivare fin lì. Era abbastanza ripida, ma piena di salite e discese, per cui era divertente e la fatica si avvertiva meno. Davvero sembrava una giostra quella strada, era piacevole e varia, ma non so quanti sali e scendi contai. I primi li affrontai in modo atletico, ma più andavo avanti e più diminuiva l’entusiasmo delle discese e si faceva sentire il dolore delle salite. Arrivai a destinazione zuppo di sudore e dovetti fare una lunga pausa ad una fontanella che fortunatamente, a dispetto dei problemi idrici del campeggio dov’ero sistemato, abbondavano in puglia. Passai attraverso il paese e non mi accorsi di aver superato il centro, dovetti tornare indietro e chiedere informazioni più volte. Cisternino è un piccolo intrico di stradine molte delle quali finiscono con un vicolo cieco, tutto raccolto in pochi isolati. Mi piacque molto passeggiare tra le viette, ma purtroppo anche stavolta l’orario non era il migliore. Erano le tre del pomeriggio e le varie cantine dove mangiare carne alla brace, che m’avevano detto essere molto buone e suggestive, erano ben lungi dall’aprire i portoni. Non potevo rimanere a lungo per mangiare qualcosa lì e inseriere nel dossier anche queste prelibatezze: ero a più di trenta chilometri dalla mia tenda e viste le esperienze precedenti non avevo intenzione di fare la strada col buio. Al massimo alle cinque mi sarei rimesso sulla via del ritorno poiché, tra l’altro, dovevo ancora arrivare a Caranna. Comunque tempo per una siesta nella piazzetta principale, all’ombra di un bar, a sorseggiare del latte di mandorla me lo potevo assolutamente concedere.
Dopo quel meritato riposo, prima che l’acido lattico si facesse caglio, era ora di rimettersi in marcia. Ripresi la Vecchia e vidi due colleghi cicloturisti uscire dal dedalo delle vie del centro. Non riuscii a resistere alla curiosità di confrontare le esperienze, ormai mi sentivo parte del branco, anche se da quello che potevo cogliere a prima vista, avevo di fronte a me un paio di livelli pro.
I miei modesti cinquanta chilometri di media a tappa erano circa la metà di quello che masticavano loro quotidianamente, Simone e Francesco partivano da Brescia e il tallone se lo stavano girando tutto, ma senza treno.
Tutte le mie paure e incertezze alla partenza ora mi sembravano così ingenue, anche se, per onestà, l’idea della vacanza in solitaria fu vista anche da loro come temeraria. A proposito di ingenuità, chiachierando venni a sapere di aver preso con troppa leggerezza una cosa che in realtà sarebbe potuta diventare molto seria. Probabilmente il primo giorno di viaggio, quando ero nel pieno del panico tentando di smontare e impacchettare la bici, avevo rotto un raggio della ruota. Me ne accorsi qualche giorno dopo e pensai che l’avrei poi sistemata a Roma, tanto la ruota ce ne aveva un sacco di raggi, ti pare che uno solo sarebbe potuto essere così determinante? Ed era proprio così invece! Soprattutto perché la ruota era quella posteriore, proprio quella dove pesavano tutti i bagagli! Il cerchione avrebbe potuto piegarsi, facendomi fracassare per terra. Da quel momento in poi il pensiero del raggio della morte fu il mio compagno di viaggio più fedele, una perpetua spada di Damocle che avrebbe potuto entrare in azione in qualunque momento.
Anche questa volta mi persi in chiacchiere e quando ci salutammo scoprii che erano già le sei del pomeriggio. Dovevo decisamente fare in fretta. Arrivai a Caranna a passo spedito, trovai la discesa e nonostante l’ansia incipiente per la paura di far tardi, me la godetti tutta. La strada era deserta, quasi sette chilometri di relax, con il vento che mi accarezzava e rinfrescava, immerso nel verde. Alla fine della discesa presi una statale che sulla cartina non sembrava per niente bella e invece fu ideale per riuscire ad aumentare la media, perché era tutta dritta e soprattutto era finalmente in piano. Il sole calava e la paura ancora una volta mi diede l’energia giusta per far girare i pedali. Dovevo solo arrivare fino ad Ostuni, una decina di chilometri, poi da lì avrei ripreso la discesa verso il mare. Diedi fondo a tutte le energie, ma le pietre miliari ai lati della strada erano implacabili. Le contai ad una ad una come quando, ancora al liceo, alla terza ora di italiano consecutiva, guardavo i minuti precedenti alla campanella. Arrivai ad Ostuni e fui rallentato dal traffico della città che si preparava per la festa. Questo fu il più grande rammarico della vacanza, la scelta dell’alloggio. I campeggi son sempre più lontani dalla vita, quindi meglio scegliere eventualmente un b&b al centro del paese se non ci si vuole sentire tagliati fuori dal buio delle strade.
Oppure si acquista un buon sistema di illuminazione e si confida nella vista e nella sobrietà degli automobilisti.
Presa la discesa verso il mare, già mi sentivo più tranquillo. Ormai ero così disinvolto che ogni volta che nel verso opposto vedevo passare un altro ciclista lo salutavo come se lo conoscessi, un po’ come vien da fare in montagna. Uno di questi rispose al saluto, cambiò senso di marcia e mi venne dietro. Così ci fu il tempo di altre chiacchiere. Gli spiegai, sempre pedalando, il mio percorso, sconsigliandogli la stradaccia di Carovigno della mattina, lodando Ostuni e Cisternino, raccontando le diverse vicessitudini e i vari consigli ricevuti. Fu simpatico fare un po’ di strada insieme, mi chiese se volevo andare con lui il giorno dopo a fare un giro lì attorno. Declinai l’offerta perché avevo ancora Torre Guaceto da vedere. Ci salutammo ormai quasi fratelli di sangue.
La serata al campeggio si concluse con una pizza al ristorante dove chiesi di attaccarmi ad una presa per recuperare corrente per il telefono. Ci stetti quasi due ore, scolandomi un litro e mezzo di cola tanto per ammazzare il tempo.
Nonostante tutta quella caffeina, quella notte dormii meravigliosamente di gusto e tutto di filato.

Puglia cicloEpica – Lecce-Torre Santa Sabina

Lo confesso rinunicai. Troppe emozioni la notte prima, troppa fatica per pensare di aggiungere alle mie povere gambe altri chilometri di strade sconosciute. La folgorante idea di cercare un treno che mi evitasse la pedalata fino a Torre Santa Sabina, mi colse come un illuminazione appena aprii gli occhi. Grazie alla batteria esterna il cellulare era di nuovo carico, stavolta la tecnologia mi venne in soccorso, così potei consultare su internet gli orari dei treni, per scoprire che avevo un comodissimo regionale, con trasporto biciclette, che per 5 modesti euro mi avrebbe portato direttamente ad Ostuni. Da lì una passeggiata di quindici chilometri in discesa e sarei arrivato al campeggio. Et voilà avevo anche il tempo per sostituire la camera d’aria traditrice e fare un giro a Lecce per una colazione con tutte le regole, a base di pasticciotto e caffè al ghiaccio.
L’ho già detto che ero un turista a due ruote in erba, ma il mistero delle camere d’aria che si sgonfiarono senza riscontrare al test della bacinella alcuna foratura, tuttora mi perplime, e allora mi lasciò con una sensazione di impotenza e fatalità. In entrambe le occasioni non riuscii a trovare la perdita e ancora una volta infilai nel copertone una camera d’aria nuova di zecca, sperando che l’evento mistico non si ripetesse.
Ennesimo smontaggio e riassemblaggio, ero di nuovo per strada. Arrivato a piazza s. Oronzo mi presi tutto il tempo per la colazione al bar e tornato al corso feci un breve saluto ai neo amici salentini. Il viaggio in treno andò talmente liscio questa volta che quasi mi vennero i sensi di colpa per cotanta comodità. Certo devo chiudere un occhio sugli assurdi gradini del vagone biciclette, che mi sembrarono progettati con una certa malizia. Già senza bagagli infilarci dentro una bici non era semplice. Per il resto il treno era futuristico rispetto alle esperienze precedenti e godeva di un ulteriore vantaggio, la regione Puglia permetteva di portare la bicicletta al seguito senza pagare il supplemento anche nei regionali.
Il viaggio durò giusto il tempo di mangiare un rustico e scrivere degli appunti sul viaggio.
La stazione di Ostuni si trova molto più in basso rispetto al centro storico che è arroccato su un piccolo rilievo, anche se in bicicletta non è poi così piccolo. La mia strada saliva un po’, quasi fino a raggiungere le mura esterne del paese per poi ridiscendere dolcemente verso il mare. Da sotto le mura già si poteva ammirare la bellezza della bianca pietra con cui è fatta questa città, che la illuminava maestosa. La discesa era una gioia per la vista e per le gambe, passava attraverso ettari di oliveti secolari, dalle forme annodate, ritorte. Sembravano creature pietrificate da un qualche sortilegio, spaccate a metà e intrecciate su loro stesse, un po’ come i miei quadricipiti.
Arrivai al campeggio. Per questa tappa non avevo avuto molta scelta, tutte le strutture che avevo consultato su internet sembravano del tipo iper attrezzato, piscina, campi di calcio, tennis ecc.., enormi, strapiene di gente, quel tipo di turista che ad ogni vacanza trasloca tutto l’arredo di casa. Temevo che questa volta avrei speso di più, ma almeno mi sarei goduto dei servizi adeguati, chissà magari anche l’animazione sarebbe stata simpatica. Alla reception infatti non trovai come a Lecce un ragazzo privo di coscienza riverso su una sdraio, ma del personale serio e azzimato che mi diede del lei e mi illustrò con un piglio accigliato le rigide norme del campeggio, tra cui il pagamento immediato di tutto il soggiorno e il sequestro fino alla partenza del mio documento. La cosa mi sembrò un po’ strana, ma forse era il prezzo da pagare per essere un po’ fighetti. Dopo avergli dato il totale di tre notti, mi diede una mappa per orientarmi e mi assegnò il numero della piazzola 212. Dalla mappa, grande due fogli A4, più che un villaggio sembrava una metropoli, fortuna che avevo la Vecchia. Arrivai alla mia piazzola, o meglio arrivai nel luogo indicato sulla mappa dove un tempo doveva esserci, forse sepolto sotto i vari rifiuti e una roulotte semi abbandonata, la piazzola 212. Gli indigeni del posto videro questo personaggio curioso dalla maglietta giallo fluorescente, la bici scassata piena di bagagli, gironzolare più e più volte intorno alle loro piazzole, con la faccia tra l’incredulo e il disperato, imprecando con le più colorite grevi espressioni romane. Diavolo avevano i miei soldi e il mio documento, m’ero fatto fregare alla grande. Tornai alla reception e tentando di mantenere un comportamento adeguato alla figaggine del personale, dissi cordialmente che la piazzola in questione era stata conquistata, e chiesi se cortesemente potevamo passare al piano B. Il ragazzo non fu minimamente colpito del fatto che una piazzola che a loro risultava libera, fosse stata preda delle mire espansionistiche di un loro barbaro campeggiatore, senza perdere neanche un briciolo di professionalità, mi disse che non c’era assolutamente problema, avevano tantissime piazzole libere. Mi segnò cerchietti sulla mappa a macchia di leopardo e mi disse di scegliere tranquillamente quella che faceva più al caso mio. Tornai a vagare per il villaggio. Su una piazzola c’era della carta igienica per terra ed era accanto al campo da calcio – bocciata. Un’altra sembrava pulita ma come mi avvicinai un cane topo della piazzola vicina scattò come un antifurto – bocciata. Poi una serie di obbrobri fino ad arrivare al climax, la suite imperiale, la piazzola col pavimento di cemento! Stavo per piangere quando vidi una piazzola con una tenda montata: c’era speranza! qualcuno c’era riuscito! mi avvicinai e chiesi al ragazzo,che stava leggendo un giornale se il campeggio era così terribile come sembrava a prima vista. La risposta non fu proprio molto convinta, non mi rassicurò, però notai che accanto alla loro tenda c’era un’area di terreno libera (non me la sento di poterle ancora definire piazzole) e una volta rimossa una bicicletta scassata che giaceva nel mezzo, un po’ di cocci, qualche cartaccia e alcuni chiodi arrugginiti, ci si riusciva a piazzare la mia piccola tendina. Almeno i vicini di tenda sembravano carini e simpatici e non mi guardavano con sospetto. Ero lontano sia dal cane topo che dal campo di calcio, e poi, suvvia, ci dovevo solo dormire tre notti… I vicini oltre che simpatici erano anche ospitali e mi prestarono una mazzetta per riuscire a conficcare i picchetti nel suolo granitico rivestito di brecciolino che sarebbe stato per un po’ il mio letto.
Una volta montata la tenda me ne andai a vedere il mare, tanto per cercare della positività almeno nella natura. Il mare al crepuscolo è sempre spettacolare anche a Fregene, e riuscì infatti a tirarmi sù di morale. L’acqua era calda e calma e mi rilassò. Tornando dalla spiaggia, mi incaponii contro una fontanella che gettava acqua senza controllo. Aveva un rubinetto mezzo rotto che non si riusciva a chiudere bene, pensai che era davvero uno spreco, ne gettava davvero tanta e mi stupiva che nessuno del posto facesse niente. Quando poi tornai al campeggio trovai una bella sorpresa che rese il fatto della fontanella ancora più assurdo. Non c’era acqua. Non si poteva fare la doccia, non si poteva tirare lo scarico, niente. L’acquedotto, mi dissero poi, non gli portava l’acqua e loro se le dovevano far reacapitare con delle autocisterne, stoccare in enormi silos e pompare nei cessi. Per tre ore il campeggio fu a secco, e i campeggiatori non mostrarono alcun segno di disagio.
Il paesino più vicino era a tre chilometri dal campeggio, sulla complanare di illuminazione non ce ne era, mi si ruppe anche il piccolo led anteriore: era destino che la sera l’avrei passata lì. Mangiai un panino veloce preso al market e trascorsi la serata alla reception, poiché quando chiesi se potevo attaccare il mio telefono alla loro presa, accettarono a fatica e mi consigliarono di non andarmene in giro che se lo sarebbero potuto rubare.
Fortuna che questo doveva essere il soggiorno cinque stelle!

 

 

Puglia cicloEpica – Album

Puglia cicloEpica – Melissano-Lecce

Passai ospite da Luisa quattro giorni di relax tra mare, buon cibo e sagre. Torre Suda ci offrì un mare pulitissimo, nonostante a volte fosse un po’ mosso. A parte un tentativo di andare a vedere le famose “maldive” del Salento, da cui scappammo a gambe levate per l’esagerato sovraffollamento, non tradimmo mai le sue spiagge. Devo dire che fu piacevole lasciare per un po’ la Vecchia parcheggiata e farmi scarrozzare spiaggia->casa, casa->spiaggia. Per il cibo eravamo nelle mani sapienti di Guenda, che ci stupì di nuovo con delle sue personali ricette, per poi concludere in bellezza, alla cena di ferragosto, con una pasta allo scoglio degna di un ristorante dei più blasonati. Si ballò ad Ugento, alla notte bianca della pizzica e a Lecce, godendoci lo spettacolo delle ronde che nascevano spontanee quà e là, durante le pause, all’alternarsi dei diversi gruppi musicali.


Il 18 arrivò rapidamente e fu il momento di salutare i miei ospiti. Sveglia alle 7, nonostante la precedente notte brava, perché dovevo percorrere altri 50 km per tornare a Lecce. La Vecchia si vendicò per essere stata dimenticata così a lungo nel garage, facendomi trovare una gomma a terra, la stessa, tra l’altro, che avevo cambiato la volta scorsa. Non potevo perdere tempo a sostituirla di nuovo e pensai che con un paio di gonfiatine ce l’avrei fatta ad arrivare a destinazione. D’altronde con quella camera d’aria m’ero fatto già almeno 50 km, quindi poteva essere solo una piccola perdita. Gonfiai, montai e ringraziai di cuore le mie ospiti, che stoicamente si erano svegliate con me per fare colazione insieme e potermi salutare.
Il gps del telefono (no, non avevo ancora perso le speranze) indicava con sicumera una strada stranamente dritta dritta. Dopo neanche una ventina di minuti scoprii che in realtà quella strada non esisteva affatto. Il mio oracolo veggente, Google Maps, insisteva nel dire che un valido percorso consisteva nel passare attraverso i campi coltivati della campagna pugliese. Cambiai strada tre o quattro volte prima di desistere e seguire le indicazioni stradali. Nel progettare questo percorso non esaminai i rilievi altimetrici, convinto che l’altitudine di Melissano da cui partivo fosse già sufficiente. Non seguii neanche il buon senso, dato che decidere di passare attraverso un paesino chiamato Collepasso doveva quanto meno mettermi in guardia. I primi tre quarti d’ora furono davvero impegnativi. Ero partito di slancio, mi sentivo fresco e riposato dopo i giorni di relax, ma dopo quelle maledette salite, alcune del tutto gratuite, prese per sbaglio, avevo i sassi nelle gambe. La ruota cominciava a sgonfiarsi e arrivato a Galatina la trovai mezza morta. Mi fermai lì per rifocillarmi con frutta e fruttone! Un nuovo dolce che ancora non conoscevo, fatto di pasta di mandorla e cioccolato, l’ideale per ricaricare le energie.
Il tragitto da Galatina a Lecce era davvero monotono, una strada tutta dritta e un paesaggio da zona industriale un po’ squallido. Consultai quindi, e se volete chiamatelo pure accanimento terapeutico, il gps del telefono, che indicava un percorso alternativo che passava per le campagne. Giunto al bivio per questa deviazione scoprii con entusiasmo che era indicato come cicloturistico. Di cicloturistico in realtà non aveva proprio niente, visto che era una semplice strada dove passavano anche le autovetture, ed era anche abbastanza sporca, in alcuni tratti fungeva proprio da discarica. Però era suggestiva perché passava per i campi coltivati e potevo raggiungere la città immerso nella natura e con un traffico decisamente ridotto. Poco fuori Lecce scoprii dei sobborghi bellissimi, passai per Lequile con delle chiese dalle cupole variopinte, incastrate tra le casette bianche a loro volta cinte da campi e orticelli.
Come consuetudine in prossimità della destinazione, ormai son stanco anche di ripeterlo, la batteria del telefono decise di morire. Dovetti spegnerlo per un po’ e proseguire a memoria e col solito metodo Katso. Arrivai, non so neanche io come, a ritrovare il peggior campeggio di Italia. Lo conoscevo già, per esserci stato qualche anno prima, e mi stupì trovarlo ancora in attività, ma scelsi di inserirlo come meta per motivi logistici.
Alla reception non c’era anima viva, solo un ragazzo che dormiva su una sdraio accanto ad una roulotte malandata, curiosamente posta all’ingresso del campeggio. Non volevo disturbarlo, il campeggio era semideserto, si vedevano solo qualche camper e sporadiche tende. Cercai delle informazioni sulle comunicazioni attaccate alla reception. Trovai un foglio dove c’era scritto più o meno: “..la reception è aperta dalle 8 alle 14 e dalle 16 alle 20, dal lunedì al sabato, chiusa la domenica”. Un orario così non mi era mai capitato in anni di campeggio, soprattutto la chiusura domenicale mi sconvolgeva. Preso dall’assurdità della cosa ci misi un po’ a realizzare che sebbene quel giorno fosse feriale, in quel momento erano le 14:05! Dovevo aspettare lì come un demente per due ore?!?! Le aggravanti erano: a) non avevo pranzato, il fruttone era ormai stato già sudato via da un pezzo; b) quel campeggio era situato a 6 km dal centro di Lecce in una zona industriale priva di qualunque negozio. c) la stanchezza e il sonno erano diventati ingestibili, e rimettermi sulla strada con tutti i bagagli ed una ruota sgonfia era inammissibile.
Tornai al cancello, magari il ragazzo sapeva qualcosa, ero costretto a svegliarlo. Nel frattempo aveva già aperto gli occhi e quando mi vide mi sorrise stanco. Era straniero e non parlava molto bene l’italiano, dopo uno scambio di gesti riuscii a capire che lui era il fac totum del campeggio e che evidentemente gestiva tutto da solo. Mi fece una gran tenerezza, perché nonostante fosse stanco morto e quello fosse il suo momento di riposo, mi fece comunque l’accettazione e mi diede la mia piazzola. Montai la tenda e scaricai tutti i bagagli. La sete e la fame mi diedero un’energia energumena. Ripresi la bici e senza neanche darmi una lavata puntai il centro città.
La strada era davvero brutta pensai, le macchine correvano come pazze. Avrei fatto solo un piccolo ristoro e sarei tornato prima del buio, tanto ero sfinito potevo pure passare una serata nel campeggio dimenticato da Dio, domani mi sarei rimesso in marcia riposato.
Al mio arrivo era tutto chiuso, a quell’ora le città del Salento dormono profondamente. Trovai una gelateria in pieno centro, chiesi un gelato medio e, non so se sbagliarono o feci loro molta pena, ma mi diedero un cono con mezzo kg di gelato sopra. A mala pena riuscivo a tenerlo con una mano sola e con quel caldo colava da tutte le parti. Mi sembrava di essere tornato bambino, quando il gelato è più grande della tua faccia e riesci a finirlo a stento.
Andai poi alla ricerca di un internet point, dovevo liberare la memoria ormai piena della macchinetta fotografica e cercare informazioni su come raggiungere Torre Guaceto il giorno dopo. Lo stato delle strade non mi rassicurava e, nonostante avessi comprato anche uno stradario, non ero certo se con la bici potevo prenderle.
Il ragazzo dell’internet point mi consigliò di andare dal cugino, un ciclista che, quando non se ne andava al mare(?!?), riparava le bici e si trovava lì vicino, sul corso principale. Questi era un esperto di tutte le strade del Salento da poter fare in bicicletta, ma solo da Lecce in giù e io dovevo andare a nord. In compenso dopo una lunga chiacchierata riuscì ad annichilire tutto il mio ego, sostenendo che avevo sbagliato completamente il percorso della mia vacanza, che la parte migliore era quella adriatica, mentro io avevo fatto la ionica, che Collepasso era da evitare assolutamente in bici, e che infine, dopo aver saputo la mia velocità media, ero pure lento. Mi parlò di vènti da tenere in considerazione, di modelli di biciclette da acquistare, insomma ormai mi vergognavo anche del nome che avevo dato a questo blog. Però l’aver trovato qualcuno molto più pazzo di me (lui non si faceva alcun problema della convivenza per strada con le macchine), mi tirò su di morale. Mi segnai tutti i posti che mi consigliò, prima o poi mi sarebbero stati utili. Cominciavo a sentirmi parte di una grande famiglia, e conclusi che essere un cicloturista è un pò come essere emo. Tutti ti guardano strano. Ti vesti in maniera bislacca e dentro di te ne vai fiero. Ti senti di appartenere ad un clan e affermare la tua biodiversità ti procura un piacere intimo e segreto. Insomma ormai i ciclisti attillati sulle cosce trovavo che mi stavano davvero da Dio!
Giravo così tutto gaglioffo e contento di me per il corso. Lecce si stava animando di turisti e venditori ambulanti. Adoravo sbirciare per i banchetti e scoprire le opere e l’originalità di questi artisti di strada, di solito trovavo sempre qualcosa di particolare. C’era un bambino che vendeva collanine ed altri monili di ceramica. Aveva una parlantina che mi sedusse, neanche il miglior fruttivendolo da mercato di Roma poteva competere in eloquenza nell’esporre la propria merce. Mi conquistò, acquistai una collanina e mi fermai a fare due chiacchiere con lui, con la vera proprietaria del banchetto che tornò poco dopo ed una sua amica. Parlammo di tutte le bellezze di quella terra, quelle che avevo visto e quelle che mi mancavano da scoprire. Mi affascinò vedere l’amore che questi salentini riuscivano a trasmetterti per la loro regione. Non me ne resi conto, ma dopo qualche minuto ero finito anche io dietro al banchetto ed ero stato inglobato in quella nuova famiglia. Rimasi colpito dalla semplicità e la cordialità, la naturalezza e i visi limpidi di Tina, Ugo e Daniela. Quella era vera ospitalità, quella cosa che ti fa sentire a casa anche a chilometri di distanza da quella vera. Assaporai qualcosa che da turista è difficile vivere, la sensazione di guardare dall’interno il cuore della città, che non c’entra nulla con i monumenti e i musei, ma si tratta di persone e abitudini. Ero al di là dello specchio, e mentre gli altri turisti andavano e venivano io non riuscivo a schiodarmi di lì. Infatti si fece buio e ricordai di dover ancora attraversare l’inferno per tornare alla mia tenda. Tina si offrì di ospitarmi, ma non so se fu paura di disturbare o imbarazzo, o più semplicemente non ero così aperto come avrei voluto essere, ma fatto stà che rifiutai l’invito. Così, dopo qualche altra performances di Ugo che ora suonava il violino e ora il tamburello, salutai tutti ed andai per prima cosa a recuperare una cena. Rustico e calzone fritto impanato, giusto per affrontare la pedalata e il mio imminente destino. Recuperata la bici, percorsi metà strada quando mi bloccai. Il punto dove nel pomeriggio le auto correvano come assatanate, sprofondava nelle tenebre. La bici si girò da sola, il mio imbarazzo s’era volatilizzato. Tornai indietro ad elemosinare un posticino per passare la notte, la mia roba l’avrei recuperata prima dell’orario di uscita del campeggio il giorno seguente. Quella strada comunque non l’avrei di certo percorsa, era la morte assicurata. La disperazione mi colse quando, tornato sul corso, scoprii che erano andati tutti via. Effettivamente tra il tempo speso a cercare la cena, l’andata e il ritorno c’avevo messo un bel po’. Mi venne in mente che un autobus faceva una fermata proprio davanti al mio campeggio, magari con un po’ di fortuna m’avrebbero fatto caricare la bici, altrimenti l’avrei potuta incatenare ad un palo, ma la strada buia l’avrei potuta evitare. Tornato alla soglia degli inferi, attesi un quarto d’ora alla fermata, vicino alla quale una muta di cani dai latrati assassini mi fece compagnia per tutto il tempo abbaiando furiosa. La stanchezza si stava impossessando di me e piazzato lì nella desolazione totale mi sentivo un po’ deficiente. Cercai su internet orari della linea e scoprii che non avevo più speranze, avevo passato la mezzanotte ed era ormai domenica, nei festivi quell’autobus non passava. Decisi di affrontare il buio ed il terrore, armato solo di un piccolo led posteriore ed uno anteriore. Percorsi quei quattro o cinque chilometri ad una velocità mai presa prima. Appena mi sorpassava una macchina acceleravo per  sfruttare la maggior visibilità. Dall’oscurità dei latrati di cane mi fecero sputare e ingoiare di nuovo il cuore. Ci fu un momento in cui non passò alcuna autovettura, in nessuno dei sensi di marcia, non c’era neanche la luce della luna, ero finito nel nulla e sapevo di essere ancora vivo solo perché le cosce mi bruciavano da matti. Non so come ma alla fine al campeggio ci arrivai, sano e salvo, sudato fradicio, ma felice come una pazzo per essere ancora vivo.

 

Puglia cicloEpica – San Pietro in Bevagna-Melissano

La mattina del 13 si concretizzarono i miei timori della sera prima. Quella gomma non s’era sgonfiata per aver sopportato troppi chilogrammi per troppo tempo, era di nuovo a terra, doveva avere inevitabilmente la camera d’aria bucata. Partivo quindi con due deficit, i chilometri in piú da recuperare del giorno precedente e la partenza ritardata dalla sostituzione, poiché essendo cicloavventuriero in erba, quell’attivitá mi richiedeva ancora diverso tempo. Inoltre durante l’impacchettamento della tenda conobbi e chiacchierai coi miei vicini di piazzola, Claudio e la moglie. Lui un appassionato di mountain bike, con cui fu inevitabile scambiarci pareri e consigli.
Il tempo scivolo via piacevolmente, tanto da non accogermi che era giá trascorsa metá mattinata. Se esiste una qualche divinitá pugliese che governa il meteo, credo sia amante della socializzazione, perché quella mattina mi regalò un clima più mite, cielo grigio che minacciava pioggia e diversi gradi in meno. Forse non furono così contenti gli altri campeggiatori, ma io pedalai di gusto col fresco. Attraversai la ex salina di Torre Columena, molto suggestiva; passai attraverso Torre Lapillo e mi imbattei nell’inevitabile traffico di Porto Cesareo. Qui mi fermai da un fruttivendolo ambulante, che nel luogo doveva essere famoso, visto che la figlia avrebbe cantato alla festa del paese il giorno dopo. Mi mostrò anche la locandina consigliandomi vivamente di andarla a sentire. Dovetti a malincuore rifiutare. Presi solo 5 fichi e lo misi in difficoltá perché secondo lui m’avrebbe derubato chiedendomi anche solo 50 centesimi. Quei fichi furono la mia salvezza nel resto del percorso.
Da lí in poi il paesaggio cambió: scomparvero i paesini di mare e fece la sua comparsa la campagna pugliese, coi suoi ulivi, fichi e terre rosse fuoco, che ti fanno sudare fatica al solo guardarle. Il sole riapparí piú vigoroso che mai e non mi abbandonó piú per il resto del viaggio. La scampai solo grazie ai fichi, qualcuno lo ammetto lo sgraffignai nel percorso, e alla benedetta borraccia termica di santo Decathlon delle nostre tasche.
Le gambe cominciarono a lamentarsi nei pressi di Porto Selvaggio, una riserva naturale, un bosco, che si inerpica sugli scogli e arriva fino in mare, meraviglioso, ma troppo in pendenza per me.
Poco prima di Gallipoli, giá stremato dalle varie piccole salitelle, ricevetti un altro colpo quando m’accorsi che la mia strada terminava su una superstrada. Per arrivare a Gallipoli dovevo percorrere un tratto a due corsie per senso di marcia, con le vetture che sfrecciavano a 90 all’ora. Il navigatore non dava alternative e io mi sentivo come Indiana Jones quando doveva fare il salto della fede. Mi buttai per quella strada a tutta velocità, col cuore in gola e il culo stretto. Scoppiai in un urlo di gioia, da solo, isterico, quando m’accorsi che a 500 metri c’era la prima uscita, la mia, ero salvo. Arrivai a Gallipoli cotto dal sole, con 30 km sulle cosce. Qui era prevista una sosta pranzo e rinfrancai lo spirito con una granita al centro storico, che con la sete che avevo, mi sembró la piú buona mai mangiata. La batteria del telefono era di nuovo agli sgoccioli: ormai era conclamato il fallimento del sistema di sopravvivenza energetica che avevo studiato alla partenza. La batteria esterna non era sufficiente a tenere in vita uno smartphone, non il mio almeno, con gps e programmino per salvare il percorso attivi. Ciclo avventurieri in erba in ascolto, se avete in mente tour di lunga durata prendete in considerazione le care vecchie mappe cartacee.
Ripreso il viaggio, nuovo errore: percorrere la litoranea sud di Gallipoli. Fu un inferno, una coda infinita di auto in cerca di parcheggio, su una strada strettissima, sabbia per terra, pedoni che camminavano lenti evitando accuratamente i marciapiedi, pr che sorridenti passeggiavano tra le auto in fila a distribuire volantini di discoteche locali e tutto in una calma disarmante che implicitamente affermava che tutta quella sofferenza per andare al mare era un abitudine metabolizzata. Non per me peró che dovevo scendere dal sellino ogni tre passi, che buttavo sudore a fontanella, e ingoiavo imprecazioni contro sti pedoni maledetti, immuni al mio campanellino (da mettere nella lista delle inutility della vacanza). Superato il gorgo d’auto e persone attraversai la riserva naturale di Baia verde con un invidia diabolica per i bagnanti. Arrivai a Mancaversa dove sapevo sarebbe iniziata la fatica vera. Fino a Melissano erano una decina di km sette dei quali di dolore e salita. Forse la rendo un pò patetica, ma dopo quasi quaranta km e tutto quel caldo, quando arrivai a Melissano mi sembrò d’aver scalato il k2 e non potevo dimostrarlo visto che il telefono era morto! Arrivai dalla mia amica Luisa e l’accoglienza non poté essere migliore: lei e la mamma avevavo un asso nella manica l’amica Guenda, cuoca eccezionale e quella sera, dopo giorni di pizze e focacce, mi fecero trovare una squisita pasta e vongole. Dopo una doccia, la cena e chiacchiere in simpatia ero giá ricaricato. Il piú era fatto, ora potevo dire che era iniziata la vacanza, quindi per festeggiare, andammo subito a ballare la pizzica alla sagra di Melissano. Fu altro sudore, ma stavolta però accompagnato dal ritmo irrefrenabile dei tamburelli.

Puglia cicloEpica – Leporano-San Pietro in Bevagna (parte 2)

Pomeriggio e serata trascorsi in questo paese mi diedero modo di riscoprire e conoscere alcune tradizioni locali. Al primo posto il culto della convivialitá. Mentre ero ancora alle prese con il montaggio della tenda, alla piazzola accanto una riunione di tre o quattro nuclei familiari si mise a tavola per affrontare una meravigliosa (almeno dall’odore) pasta con i ricci, cucinata sui fornelli sa campeggio! Chapeau.
Sulla spiaggia squadroni di famiglie agguerrite sembrava  facessero a gara a chi fosse piú organizzato armati di borse frigo ricolme di leccornie. Avevano costruito infatti vere e proprie installazioni militari con gazebo, tavoli, sedie e sdraio.
In tarda serata invece andai al paese e lí osservai un’altra curiosità, una messa all’apero al calar del sole. Davanti al sagrato trovava posto un altare e sul piazzale antistante, si ammassava la folla di fedeli alcuni dei quali seduti sulle proprie sedie pieghevoli portate da casa. Mentre, poco piu in lá, passava la strada con il traffico locale, bambini giocavano sul marciapiede ed altri meno fedeli passeggiavano chiacchierando indifferenti.
Altro cosa che attiró la mia attenzione fu l’abitudine delle macellerie locali, aperte ovviamente fino a sera tardi ad avere a disposizione un grill con cui cucinarvi qualunque carne scegliate dal banco o ad offrire immancabile pollo allo spiedo.
Quella sera non riuscii ad assaggiare la curiosa “bomba” purtroppo, ma sapevo di avere ancora tempo.
Mi ritirai in campeggio che era passata mezzanotte, ma per gli abitanti del posto che continuavano a passeggiare, chiacchierare e soprattutto mangiare, sembrava che la notte dovesse ancora iniziare.
Piú che per le pedalate il mio corpo non era pronto per lo spirito di festa dei salentini!

 

 

 

Puglia cicloEpica – Leporano-San Pietro in Bevagna

Dopo un giorno e mezzo di riposo, rinfrancato dal mare cristallino tarantino, ero pronto a rimettermi in sella. Il programma prevedeva 50km di litoranea per arrivare nei pressi di Torre Lapillo. Sapendo del sovraffollamento dei campeggi della zona durante la settimana di ferragosto, la sera prima chiamai entrambe le possibilitá che mr Google m’aveva segnalato. Il primo campeggio squillava a vuoto, l’altro era pieno. La situazione non era proprio delle migliori quindi, ma avevo la sensazione che una soluzione si sarebbe trovata. Mi concessi una colazione al bar. Il proprietario che mi aveva visto in difficoltá ad incatenare la Vecchia, prima mi prese in giro dicendo che potevo evitare tutta quella procedura, dato che la bici la potevo controllare tranquillamente da dentro il bar, poi mi riempì di domande sghignazzando ad ogni risposta. Tornato alla mia Vecchia me lo trovai accanto mentre toglievo la catena che controllava tutta l’attrezzatura. “Ahahah anche il gps” – sottolineó. Quanto meno gli rallegrai la giornata.
La litoranea salentina la trovai perfetta. Grazie al limite di velocitá di 50km/h per le autovetture, e alla presenza di tanti altri ciclisti, mi sentii al sicuro. In piú in alcuni paesini trovai con stupore alcuni tratti ciclabili. Il paesaggio era splendido, soprattutto il tratto della marina di Lizzeto, che offriva la vista di un mare trasparente, che metteva in risalto i colori del fondale, ora roccioso ora sabbioso. Non conoscevo per niente questa parte della puglia e devo dire che ne rimasi estasiato. Mentre pedalavo sorridendo soave come Polly Anna, mi vidi accostare da una macchina di carabinieri che s’avvicinava richiamando col clacson la mia attenzione. Mi si geló il sangue, che diavolo avevo potuto combinare? Mi girai con un sorriso angelico e vidi il mio sacco a pelo junior in mano al carabiniere, che sporgendosi dal finestrino della macchina, me lo stava sventolando davanti alla faccia. Afferrai incredulo il sacco a pelo. “La prossima volta lo leghi meglio!” Disse. Senza neanche fermarsi se ne andarono via. Un altro punto a favore della correttezza umana.
Dopo una trentina di km il telefono-gps stava esaurendo la batteria e anche io avevo necessitá di ricaricare le energie. Sulla strada notai un bar-ristorante proprio di fronte un’altra spiaggia meravigliosa. Sembrava decisamente accogliente cosí decisi di fermarmi. Lí ebbi la mia prima esperienza di quanto sanno essere accoglienti in questa terra. Questa volta non notai il solito sguardo a metá tra la derisione e lo scetticismo, ma una simpatica curiositá complice. Piero* l’affabile proprietario mi diede asilo sotto l’ombra di uno dei suoi tavoli e tra una chiacchiera e l’altra mi offrí dei fichi buonissimi, e del pane caldo appena sfornato, fatto proprio da lui, insieme a dei pomodori. Ci sono incontri che ti ricaricano l’anima (e in questo caso anche lo stomaco) e per uno che vive in una cittá dove il contatto con gli altri per lo piú é uno scontro, e si vive nella certezza che se il vicino ti offre qualcosa ha un qualche bieco secondo fine, questi ti lasciano qualcosa di speciale: una scintilla di fiducia.
Insomma se passate nei paraggi di San Pietro in Bevagna* fermatevi da “Tutti frutti” che se fanno la pizza buona come il pane non vi deluderá.
Le chiacchiere con Piero ebbero anche un altro risvolto positivo. Visto lo splendido mare, e visto che ero ancora orfano di un posto per dormire, gli chiesi se ci fossero dei campeggi nelle vicinanze. Mi rispose una signora, la produttrice dei fichi, che me ne segnaló uno a due km nella direzione che stavo percorrendo, non molto distante dalla mia destinazione, Torre Lapillo che mi diceva essere invece a dieci km. Mi resi conto solo riacceso il gps che i due km in realtá erano sei e i dieci qualcosa piú di venti! Insomma i km di questa tappa rischiavano di ridursi davvero troppo: il giorno dopo era prevista la successiva e sarei morto sotto il sole salentino! Ma siccome é meglio un uovo oggi, trovai comodamente posto nel campeggio Aurora loc. San Pietro in Bevagna.

(*) Piero se troverai qui o altrove sul sito errori geografici e toponomici, o se ricordassi male il tuo nome lasciami un commento a pubblico ludibrio. A me peró l’attenuante che il sole salentino picchia davvero tanto! un saluto affettuoso

Puglia cicloEpica – Tutto ha inizio qui (parte 3)

Ero salvo, ora dovevo solo aspettare lí, in piedi accanto al pacchettone, che giaceva davanti all’entrata del vagone, l’arrivo a Taranto. Dovevo sorvegliare che l’acrocco non intralciasse troppo agli altri passegeri. Oltre alla bici imbustata, ci stavano anche le borse, il sacco junior, il materassino e la tenda. Giá alla partenza una coppia di anziani che aveva per bagaglio l’arredo di una cucina smontata con tanto di fornelli, aveva trovato un po’ di difficoltá a passare.
Il mio zelo non arrivó a Salerno, trovai posto a sedere di fronte ad un paio di simpatici signori che mi accolsero chiedendomi “lei é quello che stava facendo un grosso pacco cosí meticolosamente?” Sorrisi e risposi di sí, ma tuttora mi chiedo se la signora mi stesse vagamente prendendo per i fondelli. Questa fu la prima occasione in cui potei constatare quanto il cicloturismo possa diventare oggetto di conversazione e interesse. In questo frangente non sembrava ammirazione ció che trapelava dal viso degli interlocutori ad ogni mia risposta. Rivedevo piú quello stesso sguardo perplesso e un po’ attonito di coloro a cui, in altre circostanze, mi ero trovato a confidare un’altra mia passione, quella per i balli popolari. Non c’é da stupirsi quindi che la signora raggiunse l’apice dello scetticismo quando le spiegai che stavo andando in puglia in bicicletta proprio per ballare la pizzica.
A metá viaggio ci fu un cambio di capotreno. Il mio senso civico si riaccese, andai a chiedergli come poter sistemare i miei bagagli confessando di essere il proprietario del cadavere all’ingresso, mi rispose ammiccando un pó complice: “almeno non lo dica ad alta voce, che é vietato”. Cercai di spiegargli che non mi stava facendo un favore aumma aumma, ma che il trasporto di bici era consentito dalla compagnia per la quale percepiva indebitamente lo stipendio. La cosa non gli interessó minimente,  mi liquidó  dicendo che lui non ne sapeva nulla, che tanto gliene importava e che avrei fatto meglio a chiedere all’ufficio informazioni.
Compreso il livello di professionalitá del personale di trenitalia potei tranquillizzarmi per il resto del viaggio. Riposi borse e tenda all’interno del vagone, dove trovai spazio, in modo da ridurre l’ingombro e il disagio . Perso il precedente posto, mi misi comodo accanto stavolta ad una mamma con bambina di due anni in preda ai capricci. Non fu un viaggio rilassante..
Quando arrivai a Taranto ero eccitato e felice, finalmente ero in puglia e poteva cominciare la sfida vera! Prima peró dovevo ricomporre il mezzo. Presi bustone e bagagli. Scesi dal treno che i tizi delle pulizie m’avranno scambiato per un venditore ambulante. Questa volta avevo tutto il tempo per fare le cose per bene. Montai le ruote, sistemai i freni, rimisi la sella al suo posto, divisi nei suoi componenti la magica sacca, attaccai le borse, presi sacco junior e materassino e a quel punto m’accorsi che mancava qualcosa, la tenda. Nella fretta l’avevo lasciata nel treno! Supplicai gli operatori delle pulizie di riaprire il vagone e frugai ovunque, non si trovava, panico, qualcuno se l’era rubata. Era ovvio, l’avevo comprata il giorno prima, era ancora immacolata. La fantastica tenda ideale per il cicloturismo 1.8kg una botta di culo enorme. E ora era persa. Il tipo delle pulizie a cui chiesi se avesse visto un pacco andó a sentire il collega e mentre già mi stavo domandando dove diavolo avrei passato le notti, o meglio quanto mi sarebbe costata una vacanza in giro per alberghi e quanto m’avrebbero preso in giro gli amici per questa conversione borghese del piano ecosostenibile, (eco per economico) della cicloavventura, riapparí con la mia tenda intonza. Un punto per la correttezza umana, chapeau!
I 15km in bici verso Leporano furono senza eventi particolari tranne per il fallimento del gadget braccetto porta smartphone, che fissava il telefono al manubrio, telefono che fungeva da navigatore e che era l’unico strumento per sapere dov’ero, come poter raggiungere le diverse tappe, e per dimostrare al mondo la mia piccola avventura. Beh la temperatura del salento é tosta davvero, e l’involucro nero, con rivestimento in plastica ermetico, praticissimo per la pioggia, lí alle 15 del pomeriggio era inappropriato poiché ne amplificava il potere calorifero, quindi a metá percorso comparve sul display del telefono un messaggio che mi intimava a staccare la batteria o a cercare un luogo piú fresco. La seconda era impossibile, ero in una statale nel deserto, quindi staccai il telefono e lo riposi in una borsa. Continuai a pedalare a memoria e una mezz’ora dopo mi trovai di fronte all’entrata del Santomaj, il primo livello era superato!

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