Le Cicloepiche

Avventure di aspiranti cicloamatori

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Le cinque terre

Arrivai con calma alla stazione termini, con quaranta minuti di anticipo; smontai con tranquillità la Beatrice, la impacchettai e la riposi in un angolo del vagone, mi sedetti comodamente al mio posto, nessuno accanto a me. Quando attaccai il telefono alla presa della corrente pensai che i venti euro in più quel freccia bianca li valeva tutti. Nessuna corsa, nessuna coincidenza da prendere, pensai “che strano quest’anno non succede nulla, cosa racconterò ai posteri?”. Era ancora molto presto, ma il destino era già sveglio, mi sentì, e si incazzò parecchio. Arrivato a La Spezia nel rimontare la bici m’accorsi che un pattino del freno di dietro non c’era più. Prima di uscire di casa, preso da un momento di zelo, pensai bene di sostituirlo perché mi sembrava troppo consumato, evidentemente poi l’avevo rimontato male. Molto male. Era il 15 agosto, pensai che le probabilità di trovare un ciclista aperto a La Spezia erano pressocchè nulle e decisi che mi sarei fatto bastare quelli davanti. Prima di ripartire scoprii che il gps non leggeva l’itinerario, ma poco male tanto l’avevo stampato. I primi 10km furono di salita e bruciore di cosce, approfittai di ogni punto panoramico per riposarmi e fare foto. La prima discesa mi tenne col fiato sospeso mentre i freni davanti iniziavano a mandare urla di dolore. Ma l’incubo doveva ancora cominciare. Arrivato alla prima delle cinque terre, Rio maggiore, la strada peggiorò bruscamente, neanche il rapporto più corto era sostenibile. Una salita lunghissima che dovetti suddividere in diverse tappe. Arrivato in cima ero sfinito, ma contento: sapevo dalla mappa che quella era l’ultima salita poi dovevo solo discendere. Purtroppo il destino ce l’aveva ancora con me e dei lavori in corso mi imposero una deviazione obbligatoria verso Vernazza che mi costrinse a perdere tutto il potenziale acquisito, su per giù quattrocento metri. Sperai inutilmente che esistesse una strada costiera per raggiungere Levanto, macchè! In Liguria o è salita o è discesa. Un ciclista tedesco mi indicò una strada, per altro chiusa pure quella alle autovetture a causa di una frana, che risaliva un’altra volta da zero a cinquecento metri in poco piu di sei km. Ormai erano le 15 passate, neanche una nuvola, caldo bestiale. Fortunatamente avevo acqua e ancora un po’ di forza di volontà. Ad ogni tornante che sembrava l’ultimo ne compariva un altro più in alto. Finalmente iniziò la discesa, ma era davvero ripida e quei poveri freni lì davanti fischiavano come matti, e tutt’ad un tratto la ruota davanti si sgonfiò di botto come se si fosse lacerata. La cosa era assai strana perchè avevo montato apposta dei copertoni piu pesanti antiforatura! Cambiando la gomma non trovai alcun corpo estraneo.. Avevo bucato dall’interno, o meglio come mi spiegò in seguito un ciclista, si era spostato il nastro interno che protegge la camera d’aria dai raggi decapitando la valvola! La camera d’aria di riserva che avevo comprato non andava bene, aveva un attacco troppo grande. Così misi la seconda scelta: una camera d’aria rattoppata che avevo portato per estrema necessitá. Arrivato al campeggio montai la tenda con le ultime forze, e mi diressi verso il paese per cercare un ciclista e un bagno ristoratore. A questo punto penso che il destino si accontentò della prova e mi venne incontro, con mia immensa gioia, nonostante fossero le 19 del 15 agosto, trovai un ciclista ancora aperto dove comprare freno e camera d’aria, mi sembrò allora verosimile che nella vita la percentuale cattiva e buona sorte si equilibrano, basta solo aspettare il momento giusto per fare la media. Da quel momento in poi, per i tre giorni successivi, la Beatrice mi servì solo per il trasporto campeggio-paese. Tra visite in barca e a piedi col treno mi girai tutti i paesi delle cinque terre e Portovenere, mentre grazie ad una meravigliosa ciclabile ricavata da una ex ferrovia visitai in bici i paesi più a nord da Levanto fino a Framura. Per fortuna senza ulteriori contrattempi ed in compagnia della quotidiana focaccia ligure!

 

 

 

 

 

 

Cilento Cicloepico – si comincia!

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I nostri eroi (meno uno) pronti alla partenza!
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Gli eroi al completo
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E per fortuna qualcuno ha pensato alla probabilità che non tutti riuscissimo a fare colazione! Ma chi ce frega a noi?

Peschici-Roma

Con questo post cercherò infine di chiudere questa epopea blogghesca, che era nata come sintetico diario di viaggio e che s’é vista invece trasformare in un’odissea narrativa.
E così la mattina della partenza feci colazione con tutta calma insieme alla famiglia. Fortunatamente l’incubo di dover prendere il treno delle 6 era sventato. Poter prendere quello delle 13, e sfruttare il passaggio in macchina dello zio, mi concedeva la tranquillità di poter godere le ultime ore di puglia senza fretta, fare i bagagli con calma e ritagliarmi anche un po’ di tempo per visitare Peschici per bene. Mi congedai verso le undici dal campeggio e dopo aver salutato lo zio feci il mio giro di souvenir. Arrivò il tempo per l’ultima pedalata sulle strade del gargano, dovevo affrontare solo una salita, quella che all’andata mi aveva distrutto il morale. Stavolta peró ero fresco, senza altri chilometri sulle spalle. Arrivai alla stazione con qualche minuto di anticipo e vidi dei ragazzi che parlavano un po’ animatamente. Poggiai la bici e mi sedetti ad aspettare il treno. Uno dei ragazzi, mi si avvicinò e mi chiese quale treno pensassi di prendere. Gli dissi che ce ne era uno che passava all’una, a circa una decina di minuti. L’altro mi disse che mi sbagliavo, non c’era nessun treno dell’una, l’addetto delle ferrovie del Gargano gli aveva comunicato che per tutto il mese di luglio e di agosto quella corsa era soppressa. Soppressa?!? Ma quando avevo fatto il biglietto, il giorno prima, l’impiegata mica mi aveva detto nulla! E poi non era ammissibile che proprio d’estate, nel momento di maggiore affluenza di turisti, si mettevano a sopprimere corse dei treni così! Dai, impossibile! In più avevo anche il foglio con tutti gli orari dei treni, e l’avevo vista lì la corsa, c’era eccome! Chiesi conferma all’addetto della stazione, il quale senza scomporsi affatto – evidentemente gli doveva essere capitato piu volte di dare quelle spiegazioni – sentenzió che le cose stavano proprio cosí. Mi mostrò, sul foglio che tenevo in mano, un piccolo simbolo accanto alla corsa delle 13, che riportava ad una legenda, in fondo al foglio, scritta in un testo minuscolo, dove c’era effettivamente scritto che la corsa a luglio e agosto era soppressa.
Avevo passato buona parte della nottata precedente a studiare gli orari di tutte le corse dei treni, per trovare l’incastro perfetto per arrivare a Roma, e sapevo che a quell’ora ormai non c’erano altre soluzioni, Game Over. Ad aggravare il tutto, li alla stazione non c’era la benchè minima tacchetta di connessione internet, non si poteva ne consultare il sito di trenitalia, ne chiamare taxi, pullman, niente. Tra le varie ipotesi che mi vennero in mente ci fu la folle idea di raggiungere Termoli in bici, attraversando i rilievi del gargano, ma dovetti scartarla perché non sarei riuscito in alcun modo ad arrivare in tempo per prendere il treno delle 16. A questo punto mi era rimasta solo una scelta, che avrebbe potuto costarmi l’eliminazione dall’albo dei cicloturisti duri e puri: chiedere un passaggio in macchina a zio Ezio per arrivare a San Severo o a Termoli, entrambi ad un centinaio di chilometri di distanza!
Non c’era neanche tempo per pensarci su, buona parte di quei 100km si snodavano su per i tornanti del Gargano, cosa che avrebbe ridotto notevolmente la velocità media, e una volta a destinazione avrei dovuto perdere altri minuti preziosi per fare i biglietti. Mi decisi, presi la bici e affrontai di nuovo la salita per raggiungere un luogo dove il cellulare prendesse. Chiamai lo zio che stava pure pranzando e senza dire ne ma ne bah, accettò di aiutarmi.
Purtroppo, neanche rischiando di far prendere una multa allo zio, avrei potuto dare un passaggio a quei ragazzi in difficoltá alla stazione, erano in sei, fisicamente non ci si entrava. L’unica cosa che potei fare, dato che in quel momento avevo campo e potevo collegarmi su internet, fu di trascrivere su un foglio gli orari dei vari treni. La destinazione dei ragazzi era Salerno e avevano molte più possibilità del sottoscritto. Quando gli consegnai il foglietto con gli orari, non mi sembrarono troppo in ansia, avevano già fatto combriccola con altri sfortunati turisti e ridevano e scherzavano, mentre io mi stavo scervellando per ricostruire gli incastri magici per riuscire a dormire di nuovo nel mio letto quella notte.
Arrivato lo zio caricammo di nuovo la bici in macchina e ci mettemmo in marcia per i tornanti garganici. Arrivati sull’autostrada ci accorgemmo che c’era un traffico bestiale nel verso opposto: non solo lo zio si sarebbe fatto questi 100+100km, ma si sarebbe dovuto pure sorbire la coda a tornare indietro! Me tapino!
Finalmente a Termoli, una breve sosta ad un bar e con lo zio ci salutammo, per l’ennesima volta. Stranamente non ci furono altri contrattempi anzi, nonostante la tratta verso Pescara fosse segnata come regionale, il treno era futuristico! Vagoni ampi, puliti, con sedili reclinabili che facevano posto a dei binari coi quali bloccare le ruote delle bicilette, in modo da non doverle più sollevare e appendere come prosciutti a dei ganci del soffitto! Fantastico, pensai che tutto sommato, anche se mi dispiaceva un po’ per lo zio, a me era andata di gran lusso!
Le gioie finiscono sempre troppo presto e alla stazione di Pescara imprecai in cinque lingue per caricare la bicicletta sul regionale per Roma. Il vagone predisposto per le biciclette, come al solito, aveva i suoi tre ripidissimi gradini infernali, progettati dallo stesso diabolico ingegnere, in più, ormai lo sappiamo, oni volta che sali su un treno di trenitalia peschi una carta dal mazzo degli imprevisti e probabilità, e pensi: “chissà questa volta che diavoleria inventeranno per farmi viaggiare con l’ansia?” Quella fu la volta de “il vagone per le biciclette inventato” Dopo essermi quasi fatto uscire l’ernia per metterla nel treno, scoprii che il vagone del capotreno che di solito viene predisposto coi soliti ganci per appendere le bici, stavolta non ne aveva uno, in pratica non c’era alcun modo per tenerle ferme. Mi inventai qualcosa con la catena tanto per non ritrovarmela correre per i corridoi del vagone. A metà viaggio cadde lo stesso su un lato e non mi trattenni, vomitai un po’ di rabbia sul capotreno, lamentandomi dello stato brado della compagnia. Ma sti capotreni hanno le spalle larghe, quello si limitò ad annuire, dicendo “Eh già..” che significava: “ma che ne sai te? ti potessi raccontare tutto quello che ho visto io qua sopra…”.
Il viaggio fu lungo, lentissimo, estenuante. Arrivati all’altezza della stazione Tiburtina, cominciai a scalpitare, avevo sentito l’odore di casa, mi alzai, preparai la bici per la prima volta in anticipo, ma il treno si fermò inspiegabilmente  in mezzo al nulla per un tempo che mi sembrò infinito. Poi finalmente arrivammo a Termini, con almeno mezz’ora di ritardo. Da lì l’ultima pedalata, bellissima, per il centro di Roma, di notte, col fresco e l’aria d’estate. Ormai mi sentivo allenato dopo le scalate con lo zio per lo scapicollo, e le pedalate a rotta di collo per il Gargano, affrontai di petto la salita della Trionfale, l’ultima salita della vacanza. Arrivato al garage ringraziai la Vecchia – che m’aspettavo si smontasse in mille pezzi come la macchina di un certo famoso film, e invece no -  ce l’avevamo fatta, dopo aver percorso quasi quattrocento chilometri pedalando, forando due volte, dopo essere riusciti a sopravvivere ad otto viaggi in treno e al soggiorno in cinque campeggi, essere riusciti a stare dietro allo zio Ezio e ai pasti luculliani degli zii, avevamo riportato le cosce a casa! Ma in tutto questo un unica ossessiva immagine occupava la mia mente: il materasso!!

 

Lo Scapicollo

Puglia Cicloepica – Peschici-Scapicollo-Vieste

Cosa c’è di meglio per concludere una vacanza a minimo comfort, piena di imprevisti e fisicamente stressante, che rifugiarsi ospite dei propri zii, amorevoli e soprattutto goderecci? Quei giorni al Gargano fui rimpinzato come un oca. Ogni pasto era teatro di banchetti pantagruelici in cui dolce, caffè e liquori concludevano inevitabilmente un rigido rituale di primo, secondo, antipasti e contorni che viaggiavano per la tavola senza rispettare un ordine cronologico di portate. Le piazzole con le loro roulotte erano adiacenti alla spiaggia. Il mare era trasparente e calmo, la spiaggia sabbiosa e morbida. Dopo il pranzo del primo giorno sentii che ero a rischio di trasformarmi da cicloepico a badipo ruminante, per cui cercai di correre ai ripari arruolandomi, nel team di coraggiosi che lo zio Ezio stava reclutando per la risalita dello scapicollo.
Io in realtà volevo solo andare a Peschici dove non ero mai stato per  visitarla in tutta calma, visto che il giorno prima l’avevamo vista solo da lontano; lo scapicollo era la strada piú breve per raggiungere Peschici e dato che percorrerlo in salita senza mettere i piedi per terra era un test a cui veniva sottoposto ogni nuovo avventore, test che nessuno riusciva a portare a termine con successo, dovevo per forza partecipare anche io.
Dopo circa cinque minuti dalla partenza ero già con entrambi i piedi per terra a cercare di rimettermi in sella, cosa che sembra assurdo da dire ma era impossibile! Per risalire lo scapicollo maledetto era necessario utilizzare i rapporti più corti possibili, un po’ per la pendenza, un po’ a causa delle buche e della moltitudine di sassi che però rendevano assai arduo ripartire da fermi. Le ruote a causa della polvere, slittavano sul posto e tu pedalavi come un matto, facendo schizzare i sassi da una parte e dall’altra, senza spostarti di un millimetro.
Mentre risalivamo, cercando di digerire tutto il ben di Dio del pranzo, alcuni signori che scendevano nella direzione opposta ci avvertirono che in cima era scoppiato un grande incendio e che dovevamo tornare indietro se non volevamo rischiare di ritrovarci dentro le fiamme. Noi ringraziammo e continuammo a seguire Ezio che imperterrito andava avanti per la sua strada. Effettivamente stavamo proprio andando in direzione delle colonne di fumo che si vedevano sbucare dalle cime degli alberi. Gli aerei addetti allo spengimento delle fiamme ci volavano sopra alle teste e sembravano vicinissimi. Cominciai a temere di ricevere il più grande gavettone della mia vita!
La fortuna ebbe la meglio sul nostro spirito incosciente, l’incendio era un po’ più distante dalla strada e arrivati in cima degli agenti della forestale ci indicarono una deviazione per tornare sulla strada asfaltata.
A causa del cambio di strada, e della quantità di energie e tempo investite per la risalita dello scapicollo, non riuscii a raggiungere Peschici. Riuscimmo a tornare al campeggio appena in tempo per il rituale del bagno al tramonto. Per la cena era stato prenotato un tavolo al ristorante del campeggio, perché c’erano da festeggiare due compleanni. E fu altro cibo e dolci.
Il giorno successivo convinsi lo zio a raggiungere Peschici in mattinata, volevo anche comprare qualche dolce per ripagare la splendida ospitalità. Per evitare di restare bloccati di nuovo su per lo scapicollo, visto che c’erano ancora aerei che facevano i viaggi per spegnere altri incendi, decidemmo di percorrere la strada asfaltata. La fatica rispetto all’andata fu minore, ma comunque una bella ammazzata. Ero sì scarico di borse e sull’asfalto si andava molto meglio che sullo sterrato, però tenere il ritmo dello zio – e stavolta non avevo scuse non potevo farmi distanziare troppo – fu comunque parecchio impegnativo. Ripetemmo , come al mio arrivo la sosta al bar in cima all’ultima salitona prima di Peschici per recuperare i liquidi. Mi immagino che avrà pensato il ragazzo al bancone a vedersi di nuovo sti due soggetti zuppi di sudore e boccheggianti arrivare trafelati, scolarsi le bibite e ripartire di corsa.
La visita a Peschici fu breve, perdemmo un po’ di tempo ad una mostra sulle torture medievali che era ospitata all’interno del castello e fu già ora di tornare. Non riuscimmo nemmeno a trovare dei dolcetti, per cui mi ripromisi in serata di andare anche a Vieste, visto che dal campeggio erano solo altri quindici chilometri di strada, senza salite.
Il pomeriggio lo dedicai a preparare le cose per la partenza del giorno successivo. Secondo la copia degli orari dei treni del gargano, che avevo scrupolosamente recuperato a S. Severo, sarei dovuto partire alle 5 di mattina per prendere il treno delle 6. Ormai i miei parenti neanche si sconvolgevano più quando sentivano i miei folli piani.
In serata però dovevo assolutamente raggiungere Vieste in modo da acquistare i biglietti, vista l’esperienza traumatica a Carovigno! Così verso le sei cominciai a sensibilizzare lo zio per muoverci, che stavamo facendo tardi. Tra l’altro all’acquisto di dolci e di biglietti si aggiunsero altre commissioni degli altri abitanti della comune. Alle sei e mezza eravamo in sella, ma secondo i miei calcoli per riuscire a fare tutto dovevamo sbrigarci di brutto, perché rischiavamo di dover tornare col buio e io col buio non avevo ancora fatto pace. Feci l’errore di mettere fretta allo zio che quindi mise la quinta. Ce la misi tutta per stargli dietro… inutilmente. Fu l’ennesimo bagno di sudore e dolore di cosce.
Raggiunta Vieste, alla biglietteria mi accorsi di aver imparato a memoria gli orari sbagliati e l’impiegata mi disse che c’era un treno alle 13 che da Peschici arrivava a S.Severo. Gran lusso, non dovevo neppure fare l’ammazzata finale. Ora non restava che trovare una pasticceria.
Girammo in lungo e in largo alla ricerca di alcuni dolci tipici di Vieste, ma niente, non si trovava una pasticcerica aperta e nel frattempo il sole cominicava a nascondersi dietro le montagne. Stavamo per desistere quando, chiedendo agli indigeni, riuscimmo infine a trovare dei pasticiotti, coi quali ormai sapevo di andare sul sicuro, e quindi via! potevamo tornare. Fummo però subito inglobati nel traffico serale causato dal rientro dei traghetti e dalla massa di villeggianti che venivano al paese per la cena. La strizza di restare di nuovo per strada con le tenebre mi diede l’energia per fare lo sprint finale, altri quindici chilometri più veloci della luce del crepuscolo, a sgattaiolare tra i pedoni, con lo zio dietro stavolta, che controllava che non mi cadessero i dolci dal portapacchi. Che ansia!
Diedi veramente tutto quello che potei e mi sa che se ne accorse anche lo zio, che impietosito si offrì di accompagnarmi alla stazione in macchina il giorno dopo.
Tutta la fatica per recuperare i dolci fu pure inutile, perché arrivati al campeggio scoprimmo che quella sera c’era un’altro compleanno da festeggiare ed era stata già comprata la torta, spumante ecc… fortunatamente i miei dolci erano secchi e di una cosa ero certo in quella compagnia non sarebbero certo andati sprecati.

 

Puglia cicloEpica – Torre Santa Sabina-Peschici

Al quarto smontaggio di tenda in dieci giorni avevo ormai perfezionato la tecnica di impacchettamento e di riorganizzazione dei bagagli. Da bravo informatico avevo trovato un valido algoritmo per ottimizzare i tempi, quindi in un’oretta ce l’avrei pure fatta ad uscire dal campeggio, se non avessi notato che al portapacchi della Vecchia era saltata via una vite. Non era proprio fondamentale, visto che di chilometri ormai me ne rimanevano pochi da fare. Sarei dovuto arrivare a Carovigno, percorrendo circa sei km, prendere un regionale, scendere ad Ostuni e, impacchettata la bici, salire su un intercity, scendere a san Severo, risalire su un regionale fino a Peschici e da lí un ultima tratta pedalando per quindici chilometri. Un bello strapazzo, ma solo organizzativo. Ormai, peró, all’interno del mio cervello gli ingranaggi s’erano cominciati a muovere e giá frugavo tra i rifiuti dei vecchi campeggiatori, che nonostante la mia bonifica ancora comparivano quà e là in giro per la piazzola, alla ricerca di materia prima per costruire una soluzione fai da te. Cosa poteva esserci di meglio di una di quelle gabiette che tengono fermi i tappi dello spumante per creare un piccolo cappio, che fissasse il portapacchi al telaio della bici in modo che non sballottolasse a destra e a manca? Forse, se avessi sostenuto qualche esame di fisica meccanica, avrei avuto la risposta prima dell’esito della prova empirica, ma lí per lí mi sembró un’idea geniale. La costruzione dell’acrocco mi costò qualche minuto di ritardo sulla tabella di marcia. Ritirai i panni, fortunatamente sopravvissuti all’umiditá notturna, salutai i miei amici romagnoli e partii in direzione Carovigno. Ricordavo dalla passeggiata per Ostuni di due giorni prima, che la stazione era molto piú vicina del centro del paese. Si trovava fortunatamente prima che la strada diventasse ripidissima. Tuttavia non ero tranquilo, se avessi perso quel treno sarei dovuto arrivare fino ad Ostuni pedalando, e quella salita l’avrei dovuta fare davvero, questa volta senza colazione e carico di bagagli. Allora tenni un passo svelto e trasalii quando arrivato in prossimitá della stazione sentii l’altoparlante dichiarare: “treno proveniente da Bari in arrivo al binario 2!”. Cavolo nonostante avessi dato energia alle coscie c’avevo messo troppo! Lo stavo perdendo! Mi misi a correre come un matto e solo quando controllai l’ora, arrivato alla stazione, mi resi conto che quel treno non era il mio, procedeva in direzione opposta, ero arrivato con un quarto d’ora di anticipo!
La stazione era deserta e non c’era proprio traccia di una biglietteria, io ovviamente il biglietto non ce l’avevo, contavo di comprarlo lì. Aspettai per un po’ e capii che, se avessi voluto prendere quel treno, avevo come unica possibilità quella di buttarmi dentro in modo clandestino e impietosire il capotreno. Dovevo fare solo una fermata in effetti e speravo che la bici carica di borse facesse il suo effetto patetico. Così feci, e la corsa fu coì breve che non ebbi neanche il tempo di vederlo il capotreno. Scesi ad Ostuni, invisibile come un fantasma. Meglio così. Da quel momento avevo un’oretta per costruire il pacco bici.
La scena vista da fuori doveva essere curiosa: avevo aperto il telo dentro la sala d’attesa, allargandolo tutto, occupavo metà della superficie. Gli altri passeggeri in attesa sbirciavano, affacciandosi dai loro libri. Ogni tanto mi sfuggiva un elastico e si sentiva una schicchera, oppure la bici cadeva di lato e faceva un botto. Dopo una ventina di minuti avevo concluso il lavoro, mani nere di grasso e fronte sudata, ma ero soddisfatto, la confezione era davvero perfetta. Questa versione era dotata anche di tracolla, ricavata con della fune avanzata. Caricare sul treno tutti i miei bagagli e la bici impacchettata non fu facile come a Napoli. Stavolta non avevo la comodità di prendere il treno dal capolinea e, poichè una volta in stazione avrebbe sostato solo pochi minuti, avevo paura di non fare in tempo a traslocare tutto, temevo di caricare il pacco con la bici e restare a terra nel tornare a prendere le altre borse. Quando il treno arrivò, il confuso sali e scendi  dei passeggeri e i fischi del capotreno mi fecero aumentare l’ansia ancora più. Presi il primo vagone che mi si fermò davanti, scordando di dover cercare la carrozza assegnatami dal biglietto, e infatti salii esattamente agli antipodi del mio posto. Il capotreno  fu abbastanza accomodante e mi dimezzò la pena chiedendomi di spostare i bagagli nella carrozza adibita ai disabili , la seconda successiva nella direzione di marcia. Fintanto che non fosse arrivato qualcuno che l’avesse rivendicato, potevo piazzarmi lì con tutto l’armamentario.
Durante il viaggio, ero un po’ preso ad appuntarmi le note di viaggio e non mi accorsi che il mio vicino, parcheggiato anche lui nei posti per disabili stava vivendo un piccolo dramma. Era straniero, riconobbi che parlava francese, un po’ di inglese e nulla di italiano. Non aveva il biglietto e non aveva neanche i soldi per comprarlo fino a destinazione. Capii più o meno la situazione quando ricomparve il capotreno e gli spiegò che il massimo che poteva fare per lui era di farlo scendere alla fermata precedente a quella della sua destinazione. A quel punto il francofono propose come forma di baratto per il tragitto scoperto, una bottiglia di succo di frutta che aveva comprato prima di salire sul treno! Il capotreno era accomodante sì, ma tutto d’un pezzo e non si fece corrompere dalla bibita. Colpo di scena inaspetatto fu  la comparsa di un nuovo personaggio, una signora brasiliana che spuntò dal nulla e chiese al capotreno quanto ammontasse la differenza che l’altro passeggero non era in grado di pagare. Cinque euro rispose il capotreno.  La signora prese il portafogli e saldò il conto senza battere ciglio. Disse che una volta qualcuno l’aveva aiutata nello stesso modo e che si sentiva nell’obbligo morale di fare altrettanto. Che meraviglia! Il ragazzo non sapeva come sdebitarsi, prese l’unica cosa di valore che possedeva e costrinse la signora ad accettare il succo di frutta.
Io mi sentii un vero menefreghista, me ne ero stato li ad osservare tutta la scena, con lo stesso distacco che se l’avessero proiettata in tv,  non mi era mai venuto in mente di offrirmi di pagare la  differenza del biglietto. Ero  rimasto talmente colpito da quel gesto di solidarietà che cercai a modo mio di dare il mio contributo alla società, mi traformai in buon samaritano e ogni volta che qualcuno non riusciva ad aprire le porte del vagone o non riusciva a sollevare i bagagli subito intervenivo io a dare una mano.
A San Severo, arrivai all’ora di pranzo. Avevo qualche minuto per andare a mangiare qualcosa e così cercai un bar per acquistare un panino. Trovato un piccolo alimentari entrai senza legare la bicicletta e stavolta fui redarguito per non averla incatenata. Forse per questo motivo scappai da quella cittadina con una sensazione di disagio a pelle che non so spiegare.  Presi il calendario con gli orari delle varie corse delle ferrovie del Gargano per organizzare il mio ritorno, a prima vista non erano molte quelle che avevano il trasporto delle bici, ma vabbè me ne sarei preoccupato i giorni successivi. Ora potevo salire sul mio treno e in un paio di ore arrivare finalmente a Peschici, pronto per un sano soggiorno di relax, ospite dei miei cari zii. Certo un po’ mi dispiaceva l’idea di aver già concluso le mie avventure sulla Vecchia, ma sentivo che per essere la prima esperienza potevo ritenermi soddisfatto. In più la sveglia presto e la corsa fino a Carovigno, le pedalate ad Ostuni dei giorni prima, tre notti a dormire in quel campeggio erano tutte esperienze che si erano accumulate sul mio fisico e cominciavo a sentire il bisogno di un po’ di riposo. Quando arrivai alla stazione venne a prelevarmi il mio zio avventuriero, il mio mentore e modello per le avventure vacanziere, il grande zio Ezio. Arrivò tutto sudato e in bici anche lui. Con la sua versione di pantaloncini ciclisti, modello lottatore di wrestling, che facevano mugulare di invidia i miei. Un abbraccio, una foto insieme ad immortalare l’impresa del nipote cicloturista. Mi disse che gli altri zii l’avevano consigliato di prendere la macchina per venirmi a prendere. Ma lui: “No! sarebbe un’onta troppo grande per lui! Vado in bici così arriva in campeggio con le sue gambe!”. E io: “Ma sì, e poi che ci vorrà mai? son solo una decina di km no?”
“Si… beh però è un po’ più distante di quello che mi ricordavo, pensavo che la stazione fosse a Peschici invece c’è da fare un bel pezzo… ma vabbè dai andiamo!”
Sentire mio zio lamentarsi per aver fatto un paio di km in più del previsto mi sembrava davvero strano. Di solito lui è l’inarrestabile, parte e alè non lo vedi più. Forse ormai erano passati un po’ di anni anche per lui. Nonostante queste considerazioni io mi sentivo un po’ di ansia da prestazione, tutto vestito così da ciclista esperto, chissà quanti km si aspettava avessi fatto.
“Vuoi che ti porto qualche bagaglio?” mi chiese.
Dopo il discorso che aveva fatto sull’onta per arrivare al campeggio in machina era scontato che rispondessi: “Ma no zio non ti preoccupare, ce la faccio da solo”
“Ok allora vai avanti te, così fai il passo”.  Via, partimmo. Dopo trenta metri la strada sembrava la rampa del garage di casa dei miei. Ovviamente noi eravamo dentro al garage in quel momento e dovevamo arrivare in cima. Cinque minuti e avevo il cuore nella soglia rossa, quella che nel grafico immaginario segna “Pericolo infarto”.  Mi giro e ovviamente zio è attaccato alla mia ruota posteriore. Mi ripeto mentalmente come un mantra, che per ogni salita deve esistere una discesa e recupero uno spirito da samurai che non pensavo d’aver messo nello starter kit.
Fortunatamnete lo zio è un amante della fotografia per cui arrivati in cima alla salita ci fermmammo a fare foto al paesaggio. Splendido devo dire, con Peschici sullo sfondo e il mare di un blu che non dimenticherò mai. Feci in tempo a dirgli: ” zio, io mi sa che rallento un po’ perch…” che lui attaccò: “Ora facciamo una strada che è un po’ più ripida, ma più bella, poi ti porto allo scapicollo, andiamo!” “Che cos..?” Niente, era già ripartito, stavolta almeno era davanti lui e non avevo l’ansia di rallentarlo. Dopo una bella lunga discesa la strada drammaticamente tornò l’incubo di qualche minuto prima. Passai in rassegna tutti i rapporti che la Vecchia aveva a disposizione e il distacco con lo zio aumentò vergognosamente.
In cima alla seconda salita ci fermammo ad un chiosco per dissetarci. In pochi minuti c’eravamo svuotati un litro di acqua a testa. Ripartimmo e zio prese senza diritto di replica la famosa deviazione per la strada più ripida. Per due o tre volte lo ripetè: “Dai, un ultima salita e poi comincia la discesa”, ormai non gli credevo più. D’un tratto la strada divenne uno sterrato, con tanto di ciottoli e polvere, pensai d’essere vittima di uno di quegli scherzi televisivi che si fanno ai vip. Ogni volta che pensavo d’essere arrivato al limite, la situazione peggiorava. Lo zio andava spedito e in più punti dovette fermarsi ad aspettarmi. Io arrancavo e un paio di volte mi fermai per la troppa ripidezza. Ma non finiva mai quella salita maledetta? Lo zio se ne stava fermo ad aspettarmi in cima all’ennesimo montarozzo.  Quando lo raggiunsi mi disse: “Eccolo, questo è lo scapicollo! E’ bello vero?” Davanti a noi iniziava la discesa, ma non era mica quello che mi aspettavo. Era sempre tutta sterrata, sempre più accidentata, con una quantità di sassi che rendeva impossibile percorrere spediti e metteva a dura prova l’equilibrio. Mi venne in mente come un fulmine a ciel sereno il “raggio della morte” della mia ruota posteriore e le parole di Simone ad Ostuni. “E’ pericolosissimo! la ruota potrebbe piegarsi e te finisci per terra!” per non parlare poi del portapacchi che era tenuto con un accrocco degno delle invenzioni dell’A-Team. Ma zio era già ripartito che non lo vedevo più. Mi gettai nelle braccia del destino ormai ridendo isterico e pensando che tutto sommato era un luogo così bello che se ci avessi tirato le cuoia non mi sarebbe dispiaciuto poi troppo. La strada era davvero bella, passava attraverso un bosco e sotto si intravedeva il mare. Ezio è pazzo, ma riconosce la bellezza e sa che per meritarla ci si deve immolare così e lottare per conquistarla. La discesa fu infinita, tiravo i freni con la forza della disperazione, pure le braccia ormai mi facevano male, avevo i tricipiti indolenziti. Arrivammo al campeggio che mi sentivo un eroe e il bagno al tramonto nell’acqua cristallina del gargano fu la ricompensa più gloriosa che avrei mai potuto assaporare.

 

 

 

Puglia cicloEpica – Torre Guaceto

Non c’è niente da fare, un ciclista nell’animo si sente un po’ vittima. Vittima degli automobilisti che lo considerano un pericoloso e imprevedibile ostacolo ambulante, degli ingegneri che progettano strade prive del più piccolo spazietto per farlo circolare senza rischiare la vita, delle ferrovie che, ormai è palese, ce l’hanno con lui proprio per statuto. Insomma di motivi per sentirsi ghettizzato, emarginato e vessato ce ne ha diversi ed è quindi comprensibile che il sentimento di rivalsa cresca forte e vigoroso dentro di lui attendendo quel giorno, con calma zen, il giorno della resa dei conti, il giorno in cui all’ingresso di una riserva naturale un bel cartello che mostra le immagini di una bicicletta, un omino a cavallo e uno in piedi, stilizzati, in bianco su un bel cerchio blu,  si erga poderoso a difesa dei valori della fatica, del sudore e della natura e costringa gli automobilisti a lasciare il proprio strumento di distruzione ecologica in un parcheggio sovraffollato, dopo aver sudato sette t-shirt alla ricerca di un posto libero, e gli imponga di cominciare a muovere quelle zampette atrofizzate per raggiungere l’agognata spiagga. Ah che goduria quel giorno per il ciclista, che ghignando dentro di sé pedalerà via tronfio. Così quella mattina, pieno di entusiasmo ecologico, mi addentrai nella riserva naturale di Torre Guaceto. C’erano tre sentieri: uno, colore celeste, era per ciclisti pigri o per quegli automobilisti appiedati, a cui era rimasto ancora un briciolo di amor proprio, che decidevano di non cedere alle lusinghe del bus navetta a gasolio (gasolio, in mezzo all’oasi!?!?!?) che passava ogni boh? per portarli direttamente al mare ed evitare un km e mezzo di strada. Gli altri due, di colore verde e rosso, erano per naturalisti convinti il primo per pedoni e l’altro per ciclisti, sei km entrambi, difficoltà media. Ovviamente visto l’ego ecologico allo zenit,  optai per  il sentiero rosso, indicato anche come naturalistico-storico-culturale. Tanta era la foga che i sei km li feci in pochi minuti e mi ritrovai all’uscita opposta senza essere riuscito a trovare il sentiero per il mare, né la fatidica torre Guaceto, quindi natura sì, ma storia e cultura zero. Tornai indietro e mi immersi nella vegetazione mediterranea. Ritrovai il percorso, arrivava ad una piccola zona paludosa dove si potevano osservare gli uccelli fare il bagno (l’italiano in questo caso non aiuta molto…). Me ne stetti lì per un po’ a spiare i pennuti nel silenzio, disturbato solo da un leggero venticello che passava attraverso la vegetazione. Infine giunsi al mare. Il percorso ciclistico conduceva alla torre ed infine ad una caletta, l’ultima raggiungibile a piedi dove quindi c’era un po’ meno gente, ma lo stesso un po’ troppa per la sacralità del luogo, e la mia incipiente snobberia naturalistica. Ormai mi sentivo un tutt’uno con madre natura, che quando vaghi per un po’ da solo sotto al sole e col caldo pugliese una qualche forma di illuminazione la raggiungi. L’acqua era splendida, pulitissima e piena di pesci, alcuni enormi che ti nuotavano accanto senza alcun timore. Allungando una mano li potevi quasi toccare. Coi miei occhialini da piscina, che avevo giudiziosamente inserito nello starter kit, mi feci una bella nuotata e un altro po’ non ci restai secco quando un pescione enorme mi spuntò davanti e mi nuotò attorno con tutta calma.
Il giorno del relax lo consumai per buona parte così, tra una nuotata e una dormita sulla spiaggia, a farmi cullare dalle onde sul bagnasciuga e a mangiucchiare frutta. Quando ritenni che l’area bianca sulla mia pelle, dalla forma in negativo della maglietta e i ciclisti che indossavo, era diventata di un rosso acceso che visivamente pareggiava l’effetto del resto del corpo, ripresi le mie cose e con la pelle che scricchiolava tornai al campeggio.
Avevo tutto il pomeriggio per dare una sistemata ai bagagli, fare un bucato e cercare di ricaricare il cellulare in vista della partenza prevista per l’indomani.
Dopo una rapida doccia, affrontai l’ostacolo bucato. Neanche comiciai a lavare che una signora mi disse che stavo sbagliando lavandino, quello era per i piatti. Poi trovata la lavanderia, un’altra signora che m’aveva visto un po’ in difficoltà a strofinare il sapone per bucato a saponetta, prima mi prestò la sua tavola per lo strofinamento, quella tutta ondulata per intenderci, spiegandomi come dovevo strofinare e poi, senza preavviso, mi versò un fiotto di sapone liquido sui miei panni dicendo che sennò avrei finito il giorno dopo. Di poche parole e dai modi un po’ bruschi ste signore brindisine, però amorevoli.
Insomma ce ne misi di tempo, che quando mi misi a stendere s’erano fatte le quattro inoltrate e il sole stava già calando. Ce l’avrei fatta a far asciugare tutto? Già mi vedevo dover indossare la divisa zuppa la mattina dopo alle 7.
Quel pomeriggio anche i miei vicini (quelli simpatici non quelli che vedendomi stendere ciclisti e mutande sentii dire tra loro: “aho il ciclista ha fatto il bucato!”) stavano armeggiando coi bagagli, anche loro sarebbero partiti il giorno successivo. Avemmo occasione di socializzare di più e scoprii che con Elisa e Marcello era davvero piacevole chiacchierare. Gli raccontai le disavventure idriche al campeggio, che loro fortunatamente erano riusciti a scampare, condividemmo le osservazioni sulle abitudini degli indigeni (come ad esempio passare pomeriggio e sera davanti al televisore munito di parabola, o passare la notte a giocare a carte online con il pc), ci scambiammo le esperienze sui luoghi visitati, parlammo dei nostri interessi e come inevitabilmente succede finimmo sul cibo, ad illustrarci le meraviglie gastronomiche delle nostre rispettive regioni. Loro, romagnoli doc, ce ne avevano parecchie da insegnarmi e mi misero la curiosità di scoprire sulla pelle le prelibatezze della loro terra e tanta fame!
Ad Elisa e Marcello devo poi soprattutto la mia salvezza energetica. Si offrirono molto gentilmente di alimentare le mie appendici nerd, evitandomi la penosa figura alla reception o al ristorante per elemosinare elettricità. Ci demmo appuntamento per la mattina dopo, anche loro avevano la sveglia presto, ore 6 si sarebbe cominciato a smontare.

Puglia cicloEpica – Torre S.Sabina-Cisternino-Torre S.Sabina

Avevo due giorni da trascorrere in questa tappa e due mete da visitare, la riserva naturale di Torre Guaceto e Ostuni e i suoi dintorni. Decisi di cominciare dalla seconda in modo da avere il giorno successivo per rilassarmi prima della partenza. Per cui dopo una veloce colazione mi misi di nuovo in sella e mi diressi alla volta di Carovigno a pochi chilometri di lì e molti metri di altezza. Nonostante avessi lasciato i bagagli al campeggio, la bici sembrava fatta di cemento armato. Mi fermai al centro del paesino decisamente affaticato e non ero ancora a metà strada per Ostuni. Fortunatamente la strada da lì in poi divenne più dolce. Arrivai ad Ostuni e feci un giro per il centro storico tra fischietti, trulli tascabili e soprattutto pucce. Finalmente riuscii ad assaggiarne una, da poter inserire nel dossier dei cibi locali. La città bianca non deluse, scorci e panorami da lasciarci la batteria della macchinetta fotografica.
Avevo un pò di tempo prima di rimettermi in marcia per Cisternino, un paesino ad un’altra quindicina di chilometri che gli amici salentini mi avevano consigliato di vedere, per cui andai alla ricerca di qualche souvenir. Chiesi al negoziante di impacchettarmene uno per bene perché il viaggio in bicicletta sarebbe stato rischioso. Anche lui era un appassionato di turismo in bicicletta e mi diede qualche dritta per arrivare a Cisternino e mi consigliò di fare un po’ di strada in più per arrivare a Caranna dove c’era una discesa che passava attraverso una pineta e una volta arrivati fino a lì era un peccato non farla. Fantastico, in ogni luogo c’era un amico, mi sentivo in compagnia, anche se giravo da solo. Mi tranquillizzò anche per la strada per arrivare fin lì. Era abbastanza ripida, ma piena di salite e discese, per cui era divertente e la fatica si avvertiva meno. Davvero sembrava una giostra quella strada, era piacevole e varia, ma non so quanti sali e scendi contai. I primi li affrontai in modo atletico, ma più andavo avanti e più diminuiva l’entusiasmo delle discese e si faceva sentire il dolore delle salite. Arrivai a destinazione zuppo di sudore e dovetti fare una lunga pausa ad una fontanella che fortunatamente, a dispetto dei problemi idrici del campeggio dov’ero sistemato, abbondavano in puglia. Passai attraverso il paese e non mi accorsi di aver superato il centro, dovetti tornare indietro e chiedere informazioni più volte. Cisternino è un piccolo intrico di stradine molte delle quali finiscono con un vicolo cieco, tutto raccolto in pochi isolati. Mi piacque molto passeggiare tra le viette, ma purtroppo anche stavolta l’orario non era il migliore. Erano le tre del pomeriggio e le varie cantine dove mangiare carne alla brace, che m’avevano detto essere molto buone e suggestive, erano ben lungi dall’aprire i portoni. Non potevo rimanere a lungo per mangiare qualcosa lì e inseriere nel dossier anche queste prelibatezze: ero a più di trenta chilometri dalla mia tenda e viste le esperienze precedenti non avevo intenzione di fare la strada col buio. Al massimo alle cinque mi sarei rimesso sulla via del ritorno poiché, tra l’altro, dovevo ancora arrivare a Caranna. Comunque tempo per una siesta nella piazzetta principale, all’ombra di un bar, a sorseggiare del latte di mandorla me lo potevo assolutamente concedere.
Dopo quel meritato riposo, prima che l’acido lattico si facesse caglio, era ora di rimettersi in marcia. Ripresi la Vecchia e vidi due colleghi cicloturisti uscire dal dedalo delle vie del centro. Non riuscii a resistere alla curiosità di confrontare le esperienze, ormai mi sentivo parte del branco, anche se da quello che potevo cogliere a prima vista, avevo di fronte a me un paio di livelli pro.
I miei modesti cinquanta chilometri di media a tappa erano circa la metà di quello che masticavano loro quotidianamente, Simone e Francesco partivano da Brescia e il tallone se lo stavano girando tutto, ma senza treno.
Tutte le mie paure e incertezze alla partenza ora mi sembravano così ingenue, anche se, per onestà, l’idea della vacanza in solitaria fu vista anche da loro come temeraria. A proposito di ingenuità, chiachierando venni a sapere di aver preso con troppa leggerezza una cosa che in realtà sarebbe potuta diventare molto seria. Probabilmente il primo giorno di viaggio, quando ero nel pieno del panico tentando di smontare e impacchettare la bici, avevo rotto un raggio della ruota. Me ne accorsi qualche giorno dopo e pensai che l’avrei poi sistemata a Roma, tanto la ruota ce ne aveva un sacco di raggi, ti pare che uno solo sarebbe potuto essere così determinante? Ed era proprio così invece! Soprattutto perché la ruota era quella posteriore, proprio quella dove pesavano tutti i bagagli! Il cerchione avrebbe potuto piegarsi, facendomi fracassare per terra. Da quel momento in poi il pensiero del raggio della morte fu il mio compagno di viaggio più fedele, una perpetua spada di Damocle che avrebbe potuto entrare in azione in qualunque momento.
Anche questa volta mi persi in chiacchiere e quando ci salutammo scoprii che erano già le sei del pomeriggio. Dovevo decisamente fare in fretta. Arrivai a Caranna a passo spedito, trovai la discesa e nonostante l’ansia incipiente per la paura di far tardi, me la godetti tutta. La strada era deserta, quasi sette chilometri di relax, con il vento che mi accarezzava e rinfrescava, immerso nel verde. Alla fine della discesa presi una statale che sulla cartina non sembrava per niente bella e invece fu ideale per riuscire ad aumentare la media, perché era tutta dritta e soprattutto era finalmente in piano. Il sole calava e la paura ancora una volta mi diede l’energia giusta per far girare i pedali. Dovevo solo arrivare fino ad Ostuni, una decina di chilometri, poi da lì avrei ripreso la discesa verso il mare. Diedi fondo a tutte le energie, ma le pietre miliari ai lati della strada erano implacabili. Le contai ad una ad una come quando, ancora al liceo, alla terza ora di italiano consecutiva, guardavo i minuti precedenti alla campanella. Arrivai ad Ostuni e fui rallentato dal traffico della città che si preparava per la festa. Questo fu il più grande rammarico della vacanza, la scelta dell’alloggio. I campeggi son sempre più lontani dalla vita, quindi meglio scegliere eventualmente un b&b al centro del paese se non ci si vuole sentire tagliati fuori dal buio delle strade.
Oppure si acquista un buon sistema di illuminazione e si confida nella vista e nella sobrietà degli automobilisti.
Presa la discesa verso il mare, già mi sentivo più tranquillo. Ormai ero così disinvolto che ogni volta che nel verso opposto vedevo passare un altro ciclista lo salutavo come se lo conoscessi, un po’ come vien da fare in montagna. Uno di questi rispose al saluto, cambiò senso di marcia e mi venne dietro. Così ci fu il tempo di altre chiacchiere. Gli spiegai, sempre pedalando, il mio percorso, sconsigliandogli la stradaccia di Carovigno della mattina, lodando Ostuni e Cisternino, raccontando le diverse vicessitudini e i vari consigli ricevuti. Fu simpatico fare un po’ di strada insieme, mi chiese se volevo andare con lui il giorno dopo a fare un giro lì attorno. Declinai l’offerta perché avevo ancora Torre Guaceto da vedere. Ci salutammo ormai quasi fratelli di sangue.
La serata al campeggio si concluse con una pizza al ristorante dove chiesi di attaccarmi ad una presa per recuperare corrente per il telefono. Ci stetti quasi due ore, scolandomi un litro e mezzo di cola tanto per ammazzare il tempo.
Nonostante tutta quella caffeina, quella notte dormii meravigliosamente di gusto e tutto di filato.

Puglia cicloEpica – Lecce-Torre Santa Sabina

Lo confesso rinunicai. Troppe emozioni la notte prima, troppa fatica per pensare di aggiungere alle mie povere gambe altri chilometri di strade sconosciute. La folgorante idea di cercare un treno che mi evitasse la pedalata fino a Torre Santa Sabina, mi colse come un illuminazione appena aprii gli occhi. Grazie alla batteria esterna il cellulare era di nuovo carico, stavolta la tecnologia mi venne in soccorso, così potei consultare su internet gli orari dei treni, per scoprire che avevo un comodissimo regionale, con trasporto biciclette, che per 5 modesti euro mi avrebbe portato direttamente ad Ostuni. Da lì una passeggiata di quindici chilometri in discesa e sarei arrivato al campeggio. Et voilà avevo anche il tempo per sostituire la camera d’aria traditrice e fare un giro a Lecce per una colazione con tutte le regole, a base di pasticciotto e caffè al ghiaccio.
L’ho già detto che ero un turista a due ruote in erba, ma il mistero delle camere d’aria che si sgonfiarono senza riscontrare al test della bacinella alcuna foratura, tuttora mi perplime, e allora mi lasciò con una sensazione di impotenza e fatalità. In entrambe le occasioni non riuscii a trovare la perdita e ancora una volta infilai nel copertone una camera d’aria nuova di zecca, sperando che l’evento mistico non si ripetesse.
Ennesimo smontaggio e riassemblaggio, ero di nuovo per strada. Arrivato a piazza s. Oronzo mi presi tutto il tempo per la colazione al bar e tornato al corso feci un breve saluto ai neo amici salentini. Il viaggio in treno andò talmente liscio questa volta che quasi mi vennero i sensi di colpa per cotanta comodità. Certo devo chiudere un occhio sugli assurdi gradini del vagone biciclette, che mi sembrarono progettati con una certa malizia. Già senza bagagli infilarci dentro una bici non era semplice. Per il resto il treno era futuristico rispetto alle esperienze precedenti e godeva di un ulteriore vantaggio, la regione Puglia permetteva di portare la bicicletta al seguito senza pagare il supplemento anche nei regionali.
Il viaggio durò giusto il tempo di mangiare un rustico e scrivere degli appunti sul viaggio.
La stazione di Ostuni si trova molto più in basso rispetto al centro storico che è arroccato su un piccolo rilievo, anche se in bicicletta non è poi così piccolo. La mia strada saliva un po’, quasi fino a raggiungere le mura esterne del paese per poi ridiscendere dolcemente verso il mare. Da sotto le mura già si poteva ammirare la bellezza della bianca pietra con cui è fatta questa città, che la illuminava maestosa. La discesa era una gioia per la vista e per le gambe, passava attraverso ettari di oliveti secolari, dalle forme annodate, ritorte. Sembravano creature pietrificate da un qualche sortilegio, spaccate a metà e intrecciate su loro stesse, un po’ come i miei quadricipiti.
Arrivai al campeggio. Per questa tappa non avevo avuto molta scelta, tutte le strutture che avevo consultato su internet sembravano del tipo iper attrezzato, piscina, campi di calcio, tennis ecc.., enormi, strapiene di gente, quel tipo di turista che ad ogni vacanza trasloca tutto l’arredo di casa. Temevo che questa volta avrei speso di più, ma almeno mi sarei goduto dei servizi adeguati, chissà magari anche l’animazione sarebbe stata simpatica. Alla reception infatti non trovai come a Lecce un ragazzo privo di coscienza riverso su una sdraio, ma del personale serio e azzimato che mi diede del lei e mi illustrò con un piglio accigliato le rigide norme del campeggio, tra cui il pagamento immediato di tutto il soggiorno e il sequestro fino alla partenza del mio documento. La cosa mi sembrò un po’ strana, ma forse era il prezzo da pagare per essere un po’ fighetti. Dopo avergli dato il totale di tre notti, mi diede una mappa per orientarmi e mi assegnò il numero della piazzola 212. Dalla mappa, grande due fogli A4, più che un villaggio sembrava una metropoli, fortuna che avevo la Vecchia. Arrivai alla mia piazzola, o meglio arrivai nel luogo indicato sulla mappa dove un tempo doveva esserci, forse sepolto sotto i vari rifiuti e una roulotte semi abbandonata, la piazzola 212. Gli indigeni del posto videro questo personaggio curioso dalla maglietta giallo fluorescente, la bici scassata piena di bagagli, gironzolare più e più volte intorno alle loro piazzole, con la faccia tra l’incredulo e il disperato, imprecando con le più colorite grevi espressioni romane. Diavolo avevano i miei soldi e il mio documento, m’ero fatto fregare alla grande. Tornai alla reception e tentando di mantenere un comportamento adeguato alla figaggine del personale, dissi cordialmente che la piazzola in questione era stata conquistata, e chiesi se cortesemente potevamo passare al piano B. Il ragazzo non fu minimamente colpito del fatto che una piazzola che a loro risultava libera, fosse stata preda delle mire espansionistiche di un loro barbaro campeggiatore, senza perdere neanche un briciolo di professionalità, mi disse che non c’era assolutamente problema, avevano tantissime piazzole libere. Mi segnò cerchietti sulla mappa a macchia di leopardo e mi disse di scegliere tranquillamente quella che faceva più al caso mio. Tornai a vagare per il villaggio. Su una piazzola c’era della carta igienica per terra ed era accanto al campo da calcio – bocciata. Un’altra sembrava pulita ma come mi avvicinai un cane topo della piazzola vicina scattò come un antifurto – bocciata. Poi una serie di obbrobri fino ad arrivare al climax, la suite imperiale, la piazzola col pavimento di cemento! Stavo per piangere quando vidi una piazzola con una tenda montata: c’era speranza! qualcuno c’era riuscito! mi avvicinai e chiesi al ragazzo,che stava leggendo un giornale se il campeggio era così terribile come sembrava a prima vista. La risposta non fu proprio molto convinta, non mi rassicurò, però notai che accanto alla loro tenda c’era un’area di terreno libera (non me la sento di poterle ancora definire piazzole) e una volta rimossa una bicicletta scassata che giaceva nel mezzo, un po’ di cocci, qualche cartaccia e alcuni chiodi arrugginiti, ci si riusciva a piazzare la mia piccola tendina. Almeno i vicini di tenda sembravano carini e simpatici e non mi guardavano con sospetto. Ero lontano sia dal cane topo che dal campo di calcio, e poi, suvvia, ci dovevo solo dormire tre notti… I vicini oltre che simpatici erano anche ospitali e mi prestarono una mazzetta per riuscire a conficcare i picchetti nel suolo granitico rivestito di brecciolino che sarebbe stato per un po’ il mio letto.
Una volta montata la tenda me ne andai a vedere il mare, tanto per cercare della positività almeno nella natura. Il mare al crepuscolo è sempre spettacolare anche a Fregene, e riuscì infatti a tirarmi sù di morale. L’acqua era calda e calma e mi rilassò. Tornando dalla spiaggia, mi incaponii contro una fontanella che gettava acqua senza controllo. Aveva un rubinetto mezzo rotto che non si riusciva a chiudere bene, pensai che era davvero uno spreco, ne gettava davvero tanta e mi stupiva che nessuno del posto facesse niente. Quando poi tornai al campeggio trovai una bella sorpresa che rese il fatto della fontanella ancora più assurdo. Non c’era acqua. Non si poteva fare la doccia, non si poteva tirare lo scarico, niente. L’acquedotto, mi dissero poi, non gli portava l’acqua e loro se le dovevano far reacapitare con delle autocisterne, stoccare in enormi silos e pompare nei cessi. Per tre ore il campeggio fu a secco, e i campeggiatori non mostrarono alcun segno di disagio.
Il paesino più vicino era a tre chilometri dal campeggio, sulla complanare di illuminazione non ce ne era, mi si ruppe anche il piccolo led anteriore: era destino che la sera l’avrei passata lì. Mangiai un panino veloce preso al market e trascorsi la serata alla reception, poiché quando chiesi se potevo attaccare il mio telefono alla loro presa, accettarono a fatica e mi consigliarono di non andarmene in giro che se lo sarebbero potuto rubare.
Fortuna che questo doveva essere il soggiorno cinque stelle!

 

 

Puglia cicloEpica – Album

Puglia cicloEpica – Melissano-Lecce

Passai ospite da Luisa quattro giorni di relax tra mare, buon cibo e sagre. Torre Suda ci offrì un mare pulitissimo, nonostante a volte fosse un po’ mosso. A parte un tentativo di andare a vedere le famose “maldive” del Salento, da cui scappammo a gambe levate per l’esagerato sovraffollamento, non tradimmo mai le sue spiagge. Devo dire che fu piacevole lasciare per un po’ la Vecchia parcheggiata e farmi scarrozzare spiaggia->casa, casa->spiaggia. Per il cibo eravamo nelle mani sapienti di Guenda, che ci stupì di nuovo con delle sue personali ricette, per poi concludere in bellezza, alla cena di ferragosto, con una pasta allo scoglio degna di un ristorante dei più blasonati. Si ballò ad Ugento, alla notte bianca della pizzica e a Lecce, godendoci lo spettacolo delle ronde che nascevano spontanee quà e là, durante le pause, all’alternarsi dei diversi gruppi musicali.


Il 18 arrivò rapidamente e fu il momento di salutare i miei ospiti. Sveglia alle 7, nonostante la precedente notte brava, perché dovevo percorrere altri 50 km per tornare a Lecce. La Vecchia si vendicò per essere stata dimenticata così a lungo nel garage, facendomi trovare una gomma a terra, la stessa, tra l’altro, che avevo cambiato la volta scorsa. Non potevo perdere tempo a sostituirla di nuovo e pensai che con un paio di gonfiatine ce l’avrei fatta ad arrivare a destinazione. D’altronde con quella camera d’aria m’ero fatto già almeno 50 km, quindi poteva essere solo una piccola perdita. Gonfiai, montai e ringraziai di cuore le mie ospiti, che stoicamente si erano svegliate con me per fare colazione insieme e potermi salutare.
Il gps del telefono (no, non avevo ancora perso le speranze) indicava con sicumera una strada stranamente dritta dritta. Dopo neanche una ventina di minuti scoprii che in realtà quella strada non esisteva affatto. Il mio oracolo veggente, Google Maps, insisteva nel dire che un valido percorso consisteva nel passare attraverso i campi coltivati della campagna pugliese. Cambiai strada tre o quattro volte prima di desistere e seguire le indicazioni stradali. Nel progettare questo percorso non esaminai i rilievi altimetrici, convinto che l’altitudine di Melissano da cui partivo fosse già sufficiente. Non seguii neanche il buon senso, dato che decidere di passare attraverso un paesino chiamato Collepasso doveva quanto meno mettermi in guardia. I primi tre quarti d’ora furono davvero impegnativi. Ero partito di slancio, mi sentivo fresco e riposato dopo i giorni di relax, ma dopo quelle maledette salite, alcune del tutto gratuite, prese per sbaglio, avevo i sassi nelle gambe. La ruota cominciava a sgonfiarsi e arrivato a Galatina la trovai mezza morta. Mi fermai lì per rifocillarmi con frutta e fruttone! Un nuovo dolce che ancora non conoscevo, fatto di pasta di mandorla e cioccolato, l’ideale per ricaricare le energie.
Il tragitto da Galatina a Lecce era davvero monotono, una strada tutta dritta e un paesaggio da zona industriale un po’ squallido. Consultai quindi, e se volete chiamatelo pure accanimento terapeutico, il gps del telefono, che indicava un percorso alternativo che passava per le campagne. Giunto al bivio per questa deviazione scoprii con entusiasmo che era indicato come cicloturistico. Di cicloturistico in realtà non aveva proprio niente, visto che era una semplice strada dove passavano anche le autovetture, ed era anche abbastanza sporca, in alcuni tratti fungeva proprio da discarica. Però era suggestiva perché passava per i campi coltivati e potevo raggiungere la città immerso nella natura e con un traffico decisamente ridotto. Poco fuori Lecce scoprii dei sobborghi bellissimi, passai per Lequile con delle chiese dalle cupole variopinte, incastrate tra le casette bianche a loro volta cinte da campi e orticelli.
Come consuetudine in prossimità della destinazione, ormai son stanco anche di ripeterlo, la batteria del telefono decise di morire. Dovetti spegnerlo per un po’ e proseguire a memoria e col solito metodo Katso. Arrivai, non so neanche io come, a ritrovare il peggior campeggio di Italia. Lo conoscevo già, per esserci stato qualche anno prima, e mi stupì trovarlo ancora in attività, ma scelsi di inserirlo come meta per motivi logistici.
Alla reception non c’era anima viva, solo un ragazzo che dormiva su una sdraio accanto ad una roulotte malandata, curiosamente posta all’ingresso del campeggio. Non volevo disturbarlo, il campeggio era semideserto, si vedevano solo qualche camper e sporadiche tende. Cercai delle informazioni sulle comunicazioni attaccate alla reception. Trovai un foglio dove c’era scritto più o meno: “..la reception è aperta dalle 8 alle 14 e dalle 16 alle 20, dal lunedì al sabato, chiusa la domenica”. Un orario così non mi era mai capitato in anni di campeggio, soprattutto la chiusura domenicale mi sconvolgeva. Preso dall’assurdità della cosa ci misi un po’ a realizzare che sebbene quel giorno fosse feriale, in quel momento erano le 14:05! Dovevo aspettare lì come un demente per due ore?!?! Le aggravanti erano: a) non avevo pranzato, il fruttone era ormai stato già sudato via da un pezzo; b) quel campeggio era situato a 6 km dal centro di Lecce in una zona industriale priva di qualunque negozio. c) la stanchezza e il sonno erano diventati ingestibili, e rimettermi sulla strada con tutti i bagagli ed una ruota sgonfia era inammissibile.
Tornai al cancello, magari il ragazzo sapeva qualcosa, ero costretto a svegliarlo. Nel frattempo aveva già aperto gli occhi e quando mi vide mi sorrise stanco. Era straniero e non parlava molto bene l’italiano, dopo uno scambio di gesti riuscii a capire che lui era il fac totum del campeggio e che evidentemente gestiva tutto da solo. Mi fece una gran tenerezza, perché nonostante fosse stanco morto e quello fosse il suo momento di riposo, mi fece comunque l’accettazione e mi diede la mia piazzola. Montai la tenda e scaricai tutti i bagagli. La sete e la fame mi diedero un’energia energumena. Ripresi la bici e senza neanche darmi una lavata puntai il centro città.
La strada era davvero brutta pensai, le macchine correvano come pazze. Avrei fatto solo un piccolo ristoro e sarei tornato prima del buio, tanto ero sfinito potevo pure passare una serata nel campeggio dimenticato da Dio, domani mi sarei rimesso in marcia riposato.
Al mio arrivo era tutto chiuso, a quell’ora le città del Salento dormono profondamente. Trovai una gelateria in pieno centro, chiesi un gelato medio e, non so se sbagliarono o feci loro molta pena, ma mi diedero un cono con mezzo kg di gelato sopra. A mala pena riuscivo a tenerlo con una mano sola e con quel caldo colava da tutte le parti. Mi sembrava di essere tornato bambino, quando il gelato è più grande della tua faccia e riesci a finirlo a stento.
Andai poi alla ricerca di un internet point, dovevo liberare la memoria ormai piena della macchinetta fotografica e cercare informazioni su come raggiungere Torre Guaceto il giorno dopo. Lo stato delle strade non mi rassicurava e, nonostante avessi comprato anche uno stradario, non ero certo se con la bici potevo prenderle.
Il ragazzo dell’internet point mi consigliò di andare dal cugino, un ciclista che, quando non se ne andava al mare(?!?), riparava le bici e si trovava lì vicino, sul corso principale. Questi era un esperto di tutte le strade del Salento da poter fare in bicicletta, ma solo da Lecce in giù e io dovevo andare a nord. In compenso dopo una lunga chiacchierata riuscì ad annichilire tutto il mio ego, sostenendo che avevo sbagliato completamente il percorso della mia vacanza, che la parte migliore era quella adriatica, mentro io avevo fatto la ionica, che Collepasso era da evitare assolutamente in bici, e che infine, dopo aver saputo la mia velocità media, ero pure lento. Mi parlò di vènti da tenere in considerazione, di modelli di biciclette da acquistare, insomma ormai mi vergognavo anche del nome che avevo dato a questo blog. Però l’aver trovato qualcuno molto più pazzo di me (lui non si faceva alcun problema della convivenza per strada con le macchine), mi tirò su di morale. Mi segnai tutti i posti che mi consigliò, prima o poi mi sarebbero stati utili. Cominciavo a sentirmi parte di una grande famiglia, e conclusi che essere un cicloturista è un pò come essere emo. Tutti ti guardano strano. Ti vesti in maniera bislacca e dentro di te ne vai fiero. Ti senti di appartenere ad un clan e affermare la tua biodiversità ti procura un piacere intimo e segreto. Insomma ormai i ciclisti attillati sulle cosce trovavo che mi stavano davvero da Dio!
Giravo così tutto gaglioffo e contento di me per il corso. Lecce si stava animando di turisti e venditori ambulanti. Adoravo sbirciare per i banchetti e scoprire le opere e l’originalità di questi artisti di strada, di solito trovavo sempre qualcosa di particolare. C’era un bambino che vendeva collanine ed altri monili di ceramica. Aveva una parlantina che mi sedusse, neanche il miglior fruttivendolo da mercato di Roma poteva competere in eloquenza nell’esporre la propria merce. Mi conquistò, acquistai una collanina e mi fermai a fare due chiacchiere con lui, con la vera proprietaria del banchetto che tornò poco dopo ed una sua amica. Parlammo di tutte le bellezze di quella terra, quelle che avevo visto e quelle che mi mancavano da scoprire. Mi affascinò vedere l’amore che questi salentini riuscivano a trasmetterti per la loro regione. Non me ne resi conto, ma dopo qualche minuto ero finito anche io dietro al banchetto ed ero stato inglobato in quella nuova famiglia. Rimasi colpito dalla semplicità e la cordialità, la naturalezza e i visi limpidi di Tina, Ugo e Daniela. Quella era vera ospitalità, quella cosa che ti fa sentire a casa anche a chilometri di distanza da quella vera. Assaporai qualcosa che da turista è difficile vivere, la sensazione di guardare dall’interno il cuore della città, che non c’entra nulla con i monumenti e i musei, ma si tratta di persone e abitudini. Ero al di là dello specchio, e mentre gli altri turisti andavano e venivano io non riuscivo a schiodarmi di lì. Infatti si fece buio e ricordai di dover ancora attraversare l’inferno per tornare alla mia tenda. Tina si offrì di ospitarmi, ma non so se fu paura di disturbare o imbarazzo, o più semplicemente non ero così aperto come avrei voluto essere, ma fatto stà che rifiutai l’invito. Così, dopo qualche altra performances di Ugo che ora suonava il violino e ora il tamburello, salutai tutti ed andai per prima cosa a recuperare una cena. Rustico e calzone fritto impanato, giusto per affrontare la pedalata e il mio imminente destino. Recuperata la bici, percorsi metà strada quando mi bloccai. Il punto dove nel pomeriggio le auto correvano come assatanate, sprofondava nelle tenebre. La bici si girò da sola, il mio imbarazzo s’era volatilizzato. Tornai indietro ad elemosinare un posticino per passare la notte, la mia roba l’avrei recuperata prima dell’orario di uscita del campeggio il giorno seguente. Quella strada comunque non l’avrei di certo percorsa, era la morte assicurata. La disperazione mi colse quando, tornato sul corso, scoprii che erano andati tutti via. Effettivamente tra il tempo speso a cercare la cena, l’andata e il ritorno c’avevo messo un bel po’. Mi venne in mente che un autobus faceva una fermata proprio davanti al mio campeggio, magari con un po’ di fortuna m’avrebbero fatto caricare la bici, altrimenti l’avrei potuta incatenare ad un palo, ma la strada buia l’avrei potuta evitare. Tornato alla soglia degli inferi, attesi un quarto d’ora alla fermata, vicino alla quale una muta di cani dai latrati assassini mi fece compagnia per tutto il tempo abbaiando furiosa. La stanchezza si stava impossessando di me e piazzato lì nella desolazione totale mi sentivo un po’ deficiente. Cercai su internet orari della linea e scoprii che non avevo più speranze, avevo passato la mezzanotte ed era ormai domenica, nei festivi quell’autobus non passava. Decisi di affrontare il buio ed il terrore, armato solo di un piccolo led posteriore ed uno anteriore. Percorsi quei quattro o cinque chilometri ad una velocità mai presa prima. Appena mi sorpassava una macchina acceleravo per  sfruttare la maggior visibilità. Dall’oscurità dei latrati di cane mi fecero sputare e ingoiare di nuovo il cuore. Ci fu un momento in cui non passò alcuna autovettura, in nessuno dei sensi di marcia, non c’era neanche la luce della luna, ero finito nel nulla e sapevo di essere ancora vivo solo perché le cosce mi bruciavano da matti. Non so come ma alla fine al campeggio ci arrivai, sano e salvo, sudato fradicio, ma felice come una pazzo per essere ancora vivo.

 

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