Lo confesso rinunicai. Troppe emozioni la notte prima, troppa fatica per pensare di aggiungere alle mie povere gambe altri chilometri di strade sconosciute. La folgorante idea di cercare un treno che mi evitasse la pedalata fino a Torre Santa Sabina, mi colse come un illuminazione appena aprii gli occhi. Grazie alla batteria esterna il cellulare era di nuovo carico, stavolta la tecnologia mi venne in soccorso, così potei consultare su internet gli orari dei treni, per scoprire che avevo un comodissimo regionale, con trasporto biciclette, che per 5 modesti euro mi avrebbe portato direttamente ad Ostuni. Da lì una passeggiata di quindici chilometri in discesa e sarei arrivato al campeggio. Et voilà avevo anche il tempo per sostituire la camera d’aria traditrice e fare un giro a Lecce per una colazione con tutte le regole, a base di pasticciotto e caffè al ghiaccio.
L’ho già detto che ero un turista a due ruote in erba, ma il mistero delle camere d’aria che si sgonfiarono senza riscontrare al test della bacinella alcuna foratura, tuttora mi perplime, e allora mi lasciò con una sensazione di impotenza e fatalità. In entrambe le occasioni non riuscii a trovare la perdita e ancora una volta infilai nel copertone una camera d’aria nuova di zecca, sperando che l’evento mistico non si ripetesse.
Ennesimo smontaggio e riassemblaggio, ero di nuovo per strada. Arrivato a piazza s. Oronzo mi presi tutto il tempo per la colazione al bar e tornato al corso feci un breve saluto ai neo amici salentini. Il viaggio in treno andò talmente liscio questa volta che quasi mi vennero i sensi di colpa per cotanta comodità. Certo devo chiudere un occhio sugli assurdi gradini del vagone biciclette, che mi sembrarono progettati con una certa malizia. Già senza bagagli infilarci dentro una bici non era semplice. Per il resto il treno era futuristico rispetto alle esperienze precedenti e godeva di un ulteriore vantaggio, la regione Puglia permetteva di portare la bicicletta al seguito senza pagare il supplemento anche nei regionali.
Il viaggio durò giusto il tempo di mangiare un rustico e scrivere degli appunti sul viaggio.
La stazione di Ostuni si trova molto più in basso rispetto al centro storico che è arroccato su un piccolo rilievo, anche se in bicicletta non è poi così piccolo. La mia strada saliva un po’, quasi fino a raggiungere le mura esterne del paese per poi ridiscendere dolcemente verso il mare. Da sotto le mura già si poteva ammirare la bellezza della bianca pietra con cui è fatta questa città, che la illuminava maestosa. La discesa era una gioia per la vista e per le gambe, passava attraverso ettari di oliveti secolari, dalle forme annodate, ritorte. Sembravano creature pietrificate da un qualche sortilegio, spaccate a metà e intrecciate su loro stesse, un po’ come i miei quadricipiti.
Arrivai al campeggio. Per questa tappa non avevo avuto molta scelta, tutte le strutture che avevo consultato su internet sembravano del tipo iper attrezzato, piscina, campi di calcio, tennis ecc.., enormi, strapiene di gente, quel tipo di turista che ad ogni vacanza trasloca tutto l’arredo di casa. Temevo che questa volta avrei speso di più, ma almeno mi sarei goduto dei servizi adeguati, chissà magari anche l’animazione sarebbe stata simpatica. Alla reception infatti non trovai come a Lecce un ragazzo privo di coscienza riverso su una sdraio, ma del personale serio e azzimato che mi diede del lei e mi illustrò con un piglio accigliato le rigide norme del campeggio, tra cui il pagamento immediato di tutto il soggiorno e il sequestro fino alla partenza del mio documento. La cosa mi sembrò un po’ strana, ma forse era il prezzo da pagare per essere un po’ fighetti. Dopo avergli dato il totale di tre notti, mi diede una mappa per orientarmi e mi assegnò il numero della piazzola 212. Dalla mappa, grande due fogli A4, più che un villaggio sembrava una metropoli, fortuna che avevo la Vecchia. Arrivai alla mia piazzola, o meglio arrivai nel luogo indicato sulla mappa dove un tempo doveva esserci, forse sepolto sotto i vari rifiuti e una roulotte semi abbandonata, la piazzola 212. Gli indigeni del posto videro questo personaggio curioso dalla maglietta giallo fluorescente, la bici scassata piena di bagagli, gironzolare più e più volte intorno alle loro piazzole, con la faccia tra l’incredulo e il disperato, imprecando con le più colorite grevi espressioni romane. Diavolo avevano i miei soldi e il mio documento, m’ero fatto fregare alla grande. Tornai alla reception e tentando di mantenere un comportamento adeguato alla figaggine del personale, dissi cordialmente che la piazzola in questione era stata conquistata, e chiesi se cortesemente potevamo passare al piano B. Il ragazzo non fu minimamente colpito del fatto che una piazzola che a loro risultava libera, fosse stata preda delle mire espansionistiche di un loro barbaro campeggiatore, senza perdere neanche un briciolo di professionalità, mi disse che non c’era assolutamente problema, avevano tantissime piazzole libere. Mi segnò cerchietti sulla mappa a macchia di leopardo e mi disse di scegliere tranquillamente quella che faceva più al caso mio. Tornai a vagare per il villaggio. Su una piazzola c’era della carta igienica per terra ed era accanto al campo da calcio – bocciata. Un’altra sembrava pulita ma come mi avvicinai un cane topo della piazzola vicina scattò come un antifurto – bocciata. Poi una serie di obbrobri fino ad arrivare al climax, la suite imperiale, la piazzola col pavimento di cemento! Stavo per piangere quando vidi una piazzola con una tenda montata: c’era speranza! qualcuno c’era riuscito! mi avvicinai e chiesi al ragazzo,che stava leggendo un giornale se il campeggio era così terribile come sembrava a prima vista. La risposta non fu proprio molto convinta, non mi rassicurò, però notai che accanto alla loro tenda c’era un’area di terreno libera (non me la sento di poterle ancora definire piazzole) e una volta rimossa una bicicletta scassata che giaceva nel mezzo, un po’ di cocci, qualche cartaccia e alcuni chiodi arrugginiti, ci si riusciva a piazzare la mia piccola tendina. Almeno i vicini di tenda sembravano carini e simpatici e non mi guardavano con sospetto. Ero lontano sia dal cane topo che dal campo di calcio, e poi, suvvia, ci dovevo solo dormire tre notti… I vicini oltre che simpatici erano anche ospitali e mi prestarono una mazzetta per riuscire a conficcare i picchetti nel suolo granitico rivestito di brecciolino che sarebbe stato per un po’ il mio letto.
Una volta montata la tenda me ne andai a vedere il mare, tanto per cercare della positività almeno nella natura. Il mare al crepuscolo è sempre spettacolare anche a Fregene, e riuscì infatti a tirarmi sù di morale. L’acqua era calda e calma e mi rilassò. Tornando dalla spiaggia, mi incaponii contro una fontanella che gettava acqua senza controllo. Aveva un rubinetto mezzo rotto che non si riusciva a chiudere bene, pensai che era davvero uno spreco, ne gettava davvero tanta e mi stupiva che nessuno del posto facesse niente. Quando poi tornai al campeggio trovai una bella sorpresa che rese il fatto della fontanella ancora più assurdo. Non c’era acqua. Non si poteva fare la doccia, non si poteva tirare lo scarico, niente. L’acquedotto, mi dissero poi, non gli portava l’acqua e loro se le dovevano far reacapitare con delle autocisterne, stoccare in enormi silos e pompare nei cessi. Per tre ore il campeggio fu a secco, e i campeggiatori non mostrarono alcun segno di disagio.
Il paesino più vicino era a tre chilometri dal campeggio, sulla complanare di illuminazione non ce ne era, mi si ruppe anche il piccolo led anteriore: era destino che la sera l’avrei passata lì. Mangiai un panino veloce preso al market e trascorsi la serata alla reception, poiché quando chiesi se potevo attaccare il mio telefono alla loro presa, accettarono a fatica e mi consigliarono di non andarmene in giro che se lo sarebbero potuto rubare.
Fortuna che questo doveva essere il soggiorno cinque stelle!