Passai ospite da Luisa quattro giorni di relax tra mare, buon cibo e sagre. Torre Suda ci offrì un mare pulitissimo, nonostante a volte fosse un po’ mosso. A parte un tentativo di andare a vedere le famose “maldive” del Salento, da cui scappammo a gambe levate per l’esagerato sovraffollamento, non tradimmo mai le sue spiagge. Devo dire che fu piacevole lasciare per un po’ la Vecchia parcheggiata e farmi scarrozzare spiaggia->casa, casa->spiaggia. Per il cibo eravamo nelle mani sapienti di Guenda, che ci stupì di nuovo con delle sue personali ricette, per poi concludere in bellezza, alla cena di ferragosto, con una pasta allo scoglio degna di un ristorante dei più blasonati. Si ballò ad Ugento, alla notte bianca della pizzica e a Lecce, godendoci lo spettacolo delle ronde che nascevano spontanee quà e là, durante le pause, all’alternarsi dei diversi gruppi musicali.


Il 18 arrivò rapidamente e fu il momento di salutare i miei ospiti. Sveglia alle 7, nonostante la precedente notte brava, perché dovevo percorrere altri 50 km per tornare a Lecce. La Vecchia si vendicò per essere stata dimenticata così a lungo nel garage, facendomi trovare una gomma a terra, la stessa, tra l’altro, che avevo cambiato la volta scorsa. Non potevo perdere tempo a sostituirla di nuovo e pensai che con un paio di gonfiatine ce l’avrei fatta ad arrivare a destinazione. D’altronde con quella camera d’aria m’ero fatto già almeno 50 km, quindi poteva essere solo una piccola perdita. Gonfiai, montai e ringraziai di cuore le mie ospiti, che stoicamente si erano svegliate con me per fare colazione insieme e potermi salutare.
Il gps del telefono (no, non avevo ancora perso le speranze) indicava con sicumera una strada stranamente dritta dritta. Dopo neanche una ventina di minuti scoprii che in realtà quella strada non esisteva affatto. Il mio oracolo veggente, Google Maps, insisteva nel dire che un valido percorso consisteva nel passare attraverso i campi coltivati della campagna pugliese. Cambiai strada tre o quattro volte prima di desistere e seguire le indicazioni stradali. Nel progettare questo percorso non esaminai i rilievi altimetrici, convinto che l’altitudine di Melissano da cui partivo fosse già sufficiente. Non seguii neanche il buon senso, dato che decidere di passare attraverso un paesino chiamato Collepasso doveva quanto meno mettermi in guardia. I primi tre quarti d’ora furono davvero impegnativi. Ero partito di slancio, mi sentivo fresco e riposato dopo i giorni di relax, ma dopo quelle maledette salite, alcune del tutto gratuite, prese per sbaglio, avevo i sassi nelle gambe. La ruota cominciava a sgonfiarsi e arrivato a Galatina la trovai mezza morta. Mi fermai lì per rifocillarmi con frutta e fruttone! Un nuovo dolce che ancora non conoscevo, fatto di pasta di mandorla e cioccolato, l’ideale per ricaricare le energie.
Il tragitto da Galatina a Lecce era davvero monotono, una strada tutta dritta e un paesaggio da zona industriale un po’ squallido. Consultai quindi, e se volete chiamatelo pure accanimento terapeutico, il gps del telefono, che indicava un percorso alternativo che passava per le campagne. Giunto al bivio per questa deviazione scoprii con entusiasmo che era indicato come cicloturistico. Di cicloturistico in realtà non aveva proprio niente, visto che era una semplice strada dove passavano anche le autovetture, ed era anche abbastanza sporca, in alcuni tratti fungeva proprio da discarica. Però era suggestiva perché passava per i campi coltivati e potevo raggiungere la città immerso nella natura e con un traffico decisamente ridotto. Poco fuori Lecce scoprii dei sobborghi bellissimi, passai per Lequile con delle chiese dalle cupole variopinte, incastrate tra le casette bianche a loro volta cinte da campi e orticelli.
Come consuetudine in prossimità della destinazione, ormai son stanco anche di ripeterlo, la batteria del telefono decise di morire. Dovetti spegnerlo per un po’ e proseguire a memoria e col solito metodo Katso. Arrivai, non so neanche io come, a ritrovare il peggior campeggio di Italia. Lo conoscevo già, per esserci stato qualche anno prima, e mi stupì trovarlo ancora in attività, ma scelsi di inserirlo come meta per motivi logistici.
Alla reception non c’era anima viva, solo un ragazzo che dormiva su una sdraio accanto ad una roulotte malandata, curiosamente posta all’ingresso del campeggio. Non volevo disturbarlo, il campeggio era semideserto, si vedevano solo qualche camper e sporadiche tende. Cercai delle informazioni sulle comunicazioni attaccate alla reception. Trovai un foglio dove c’era scritto più o meno: “..la reception è aperta dalle 8 alle 14 e dalle 16 alle 20, dal lunedì al sabato, chiusa la domenica”. Un orario così non mi era mai capitato in anni di campeggio, soprattutto la chiusura domenicale mi sconvolgeva. Preso dall’assurdità della cosa ci misi un po’ a realizzare che sebbene quel giorno fosse feriale, in quel momento erano le 14:05! Dovevo aspettare lì come un demente per due ore?!?! Le aggravanti erano: a) non avevo pranzato, il fruttone era ormai stato già sudato via da un pezzo; b) quel campeggio era situato a 6 km dal centro di Lecce in una zona industriale priva di qualunque negozio. c) la stanchezza e il sonno erano diventati ingestibili, e rimettermi sulla strada con tutti i bagagli ed una ruota sgonfia era inammissibile.
Tornai al cancello, magari il ragazzo sapeva qualcosa, ero costretto a svegliarlo. Nel frattempo aveva già aperto gli occhi e quando mi vide mi sorrise stanco. Era straniero e non parlava molto bene l’italiano, dopo uno scambio di gesti riuscii a capire che lui era il fac totum del campeggio e che evidentemente gestiva tutto da solo. Mi fece una gran tenerezza, perché nonostante fosse stanco morto e quello fosse il suo momento di riposo, mi fece comunque l’accettazione e mi diede la mia piazzola. Montai la tenda e scaricai tutti i bagagli. La sete e la fame mi diedero un’energia energumena. Ripresi la bici e senza neanche darmi una lavata puntai il centro città.
La strada era davvero brutta pensai, le macchine correvano come pazze. Avrei fatto solo un piccolo ristoro e sarei tornato prima del buio, tanto ero sfinito potevo pure passare una serata nel campeggio dimenticato da Dio, domani mi sarei rimesso in marcia riposato.
Al mio arrivo era tutto chiuso, a quell’ora le città del Salento dormono profondamente. Trovai una gelateria in pieno centro, chiesi un gelato medio e, non so se sbagliarono o feci loro molta pena, ma mi diedero un cono con mezzo kg di gelato sopra. A mala pena riuscivo a tenerlo con una mano sola e con quel caldo colava da tutte le parti. Mi sembrava di essere tornato bambino, quando il gelato è più grande della tua faccia e riesci a finirlo a stento.
Andai poi alla ricerca di un internet point, dovevo liberare la memoria ormai piena della macchinetta fotografica e cercare informazioni su come raggiungere Torre Guaceto il giorno dopo. Lo stato delle strade non mi rassicurava e, nonostante avessi comprato anche uno stradario, non ero certo se con la bici potevo prenderle.
Il ragazzo dell’internet point mi consigliò di andare dal cugino, un ciclista che, quando non se ne andava al mare(?!?), riparava le bici e si trovava lì vicino, sul corso principale. Questi era un esperto di tutte le strade del Salento da poter fare in bicicletta, ma solo da Lecce in giù e io dovevo andare a nord. In compenso dopo una lunga chiacchierata riuscì ad annichilire tutto il mio ego, sostenendo che avevo sbagliato completamente il percorso della mia vacanza, che la parte migliore era quella adriatica, mentro io avevo fatto la ionica, che Collepasso era da evitare assolutamente in bici, e che infine, dopo aver saputo la mia velocità media, ero pure lento. Mi parlò di vènti da tenere in considerazione, di modelli di biciclette da acquistare, insomma ormai mi vergognavo anche del nome che avevo dato a questo blog. Però l’aver trovato qualcuno molto più pazzo di me (lui non si faceva alcun problema della convivenza per strada con le macchine), mi tirò su di morale. Mi segnai tutti i posti che mi consigliò, prima o poi mi sarebbero stati utili. Cominciavo a sentirmi parte di una grande famiglia, e conclusi che essere un cicloturista è un pò come essere emo. Tutti ti guardano strano. Ti vesti in maniera bislacca e dentro di te ne vai fiero. Ti senti di appartenere ad un clan e affermare la tua biodiversità ti procura un piacere intimo e segreto. Insomma ormai i ciclisti attillati sulle cosce trovavo che mi stavano davvero da Dio!
Giravo così tutto gaglioffo e contento di me per il corso. Lecce si stava animando di turisti e venditori ambulanti. Adoravo sbirciare per i banchetti e scoprire le opere e l’originalità di questi artisti di strada, di solito trovavo sempre qualcosa di particolare. C’era un bambino che vendeva collanine ed altri monili di ceramica. Aveva una parlantina che mi sedusse, neanche il miglior fruttivendolo da mercato di Roma poteva competere in eloquenza nell’esporre la propria merce. Mi conquistò, acquistai una collanina e mi fermai a fare due chiacchiere con lui, con la vera proprietaria del banchetto che tornò poco dopo ed una sua amica. Parlammo di tutte le bellezze di quella terra, quelle che avevo visto e quelle che mi mancavano da scoprire. Mi affascinò vedere l’amore che questi salentini riuscivano a trasmetterti per la loro regione. Non me ne resi conto, ma dopo qualche minuto ero finito anche io dietro al banchetto ed ero stato inglobato in quella nuova famiglia. Rimasi colpito dalla semplicità e la cordialità, la naturalezza e i visi limpidi di Tina, Ugo e Daniela. Quella era vera ospitalità, quella cosa che ti fa sentire a casa anche a chilometri di distanza da quella vera. Assaporai qualcosa che da turista è difficile vivere, la sensazione di guardare dall’interno il cuore della città, che non c’entra nulla con i monumenti e i musei, ma si tratta di persone e abitudini. Ero al di là dello specchio, e mentre gli altri turisti andavano e venivano io non riuscivo a schiodarmi di lì. Infatti si fece buio e ricordai di dover ancora attraversare l’inferno per tornare alla mia tenda. Tina si offrì di ospitarmi, ma non so se fu paura di disturbare o imbarazzo, o più semplicemente non ero così aperto come avrei voluto essere, ma fatto stà che rifiutai l’invito. Così, dopo qualche altra performances di Ugo che ora suonava il violino e ora il tamburello, salutai tutti ed andai per prima cosa a recuperare una cena. Rustico e calzone fritto impanato, giusto per affrontare la pedalata e il mio imminente destino. Recuperata la bici, percorsi metà strada quando mi bloccai. Il punto dove nel pomeriggio le auto correvano come assatanate, sprofondava nelle tenebre. La bici si girò da sola, il mio imbarazzo s’era volatilizzato. Tornai indietro ad elemosinare un posticino per passare la notte, la mia roba l’avrei recuperata prima dell’orario di uscita del campeggio il giorno seguente. Quella strada comunque non l’avrei di certo percorsa, era la morte assicurata. La disperazione mi colse quando, tornato sul corso, scoprii che erano andati tutti via. Effettivamente tra il tempo speso a cercare la cena, l’andata e il ritorno c’avevo messo un bel po’. Mi venne in mente che un autobus faceva una fermata proprio davanti al mio campeggio, magari con un po’ di fortuna m’avrebbero fatto caricare la bici, altrimenti l’avrei potuta incatenare ad un palo, ma la strada buia l’avrei potuta evitare. Tornato alla soglia degli inferi, attesi un quarto d’ora alla fermata, vicino alla quale una muta di cani dai latrati assassini mi fece compagnia per tutto il tempo abbaiando furiosa. La stanchezza si stava impossessando di me e piazzato lì nella desolazione totale mi sentivo un po’ deficiente. Cercai su internet orari della linea e scoprii che non avevo più speranze, avevo passato la mezzanotte ed era ormai domenica, nei festivi quell’autobus non passava. Decisi di affrontare il buio ed il terrore, armato solo di un piccolo led posteriore ed uno anteriore. Percorsi quei quattro o cinque chilometri ad una velocità mai presa prima. Appena mi sorpassava una macchina acceleravo per  sfruttare la maggior visibilità. Dall’oscurità dei latrati di cane mi fecero sputare e ingoiare di nuovo il cuore. Ci fu un momento in cui non passò alcuna autovettura, in nessuno dei sensi di marcia, non c’era neanche la luce della luna, ero finito nel nulla e sapevo di essere ancora vivo solo perché le cosce mi bruciavano da matti. Non so come ma alla fine al campeggio ci arrivai, sano e salvo, sudato fradicio, ma felice come una pazzo per essere ancora vivo.