Con questo post cercherò infine di chiudere questa epopea blogghesca, che era nata come sintetico diario di viaggio e che s’é vista invece trasformare in un’odissea narrativa.
E così la mattina della partenza feci colazione con tutta calma insieme alla famiglia. Fortunatamente l’incubo di dover prendere il treno delle 6 era sventato. Poter prendere quello delle 13, e sfruttare il passaggio in macchina dello zio, mi concedeva la tranquillità di poter godere le ultime ore di puglia senza fretta, fare i bagagli con calma e ritagliarmi anche un po’ di tempo per visitare Peschici per bene. Mi congedai verso le undici dal campeggio e dopo aver salutato lo zio feci il mio giro di souvenir. Arrivò il tempo per l’ultima pedalata sulle strade del gargano, dovevo affrontare solo una salita, quella che all’andata mi aveva distrutto il morale. Stavolta peró ero fresco, senza altri chilometri sulle spalle. Arrivai alla stazione con qualche minuto di anticipo e vidi dei ragazzi che parlavano un po’ animatamente. Poggiai la bici e mi sedetti ad aspettare il treno. Uno dei ragazzi, mi si avvicinò e mi chiese quale treno pensassi di prendere. Gli dissi che ce ne era uno che passava all’una, a circa una decina di minuti. L’altro mi disse che mi sbagliavo, non c’era nessun treno dell’una, l’addetto delle ferrovie del Gargano gli aveva comunicato che per tutto il mese di luglio e di agosto quella corsa era soppressa. Soppressa?!? Ma quando avevo fatto il biglietto, il giorno prima, l’impiegata mica mi aveva detto nulla! E poi non era ammissibile che proprio d’estate, nel momento di maggiore affluenza di turisti, si mettevano a sopprimere corse dei treni così! Dai, impossibile! In più avevo anche il foglio con tutti gli orari dei treni, e l’avevo vista lì la corsa, c’era eccome! Chiesi conferma all’addetto della stazione, il quale senza scomporsi affatto – evidentemente gli doveva essere capitato piu volte di dare quelle spiegazioni – sentenzió che le cose stavano proprio cosí. Mi mostrò, sul foglio che tenevo in mano, un piccolo simbolo accanto alla corsa delle 13, che riportava ad una legenda, in fondo al foglio, scritta in un testo minuscolo, dove c’era effettivamente scritto che la corsa a luglio e agosto era soppressa.
Avevo passato buona parte della nottata precedente a studiare gli orari di tutte le corse dei treni, per trovare l’incastro perfetto per arrivare a Roma, e sapevo che a quell’ora ormai non c’erano altre soluzioni, Game Over. Ad aggravare il tutto, li alla stazione non c’era la benchè minima tacchetta di connessione internet, non si poteva ne consultare il sito di trenitalia, ne chiamare taxi, pullman, niente. Tra le varie ipotesi che mi vennero in mente ci fu la folle idea di raggiungere Termoli in bici, attraversando i rilievi del gargano, ma dovetti scartarla perché non sarei riuscito in alcun modo ad arrivare in tempo per prendere il treno delle 16. A questo punto mi era rimasta solo una scelta, che avrebbe potuto costarmi l’eliminazione dall’albo dei cicloturisti duri e puri: chiedere un passaggio in macchina a zio Ezio per arrivare a San Severo o a Termoli, entrambi ad un centinaio di chilometri di distanza!
Non c’era neanche tempo per pensarci su, buona parte di quei 100km si snodavano su per i tornanti del Gargano, cosa che avrebbe ridotto notevolmente la velocità media, e una volta a destinazione avrei dovuto perdere altri minuti preziosi per fare i biglietti. Mi decisi, presi la bici e affrontai di nuovo la salita per raggiungere un luogo dove il cellulare prendesse. Chiamai lo zio che stava pure pranzando e senza dire ne ma ne bah, accettò di aiutarmi.
Purtroppo, neanche rischiando di far prendere una multa allo zio, avrei potuto dare un passaggio a quei ragazzi in difficoltá alla stazione, erano in sei, fisicamente non ci si entrava. L’unica cosa che potei fare, dato che in quel momento avevo campo e potevo collegarmi su internet, fu di trascrivere su un foglio gli orari dei vari treni. La destinazione dei ragazzi era Salerno e avevano molte più possibilità del sottoscritto. Quando gli consegnai il foglietto con gli orari, non mi sembrarono troppo in ansia, avevano già fatto combriccola con altri sfortunati turisti e ridevano e scherzavano, mentre io mi stavo scervellando per ricostruire gli incastri magici per riuscire a dormire di nuovo nel mio letto quella notte.
Arrivato lo zio caricammo di nuovo la bici in macchina e ci mettemmo in marcia per i tornanti garganici. Arrivati sull’autostrada ci accorgemmo che c’era un traffico bestiale nel verso opposto: non solo lo zio si sarebbe fatto questi 100+100km, ma si sarebbe dovuto pure sorbire la coda a tornare indietro! Me tapino!
Finalmente a Termoli, una breve sosta ad un bar e con lo zio ci salutammo, per l’ennesima volta. Stranamente non ci furono altri contrattempi anzi, nonostante la tratta verso Pescara fosse segnata come regionale, il treno era futuristico! Vagoni ampi, puliti, con sedili reclinabili che facevano posto a dei binari coi quali bloccare le ruote delle bicilette, in modo da non doverle più sollevare e appendere come prosciutti a dei ganci del soffitto! Fantastico, pensai che tutto sommato, anche se mi dispiaceva un po’ per lo zio, a me era andata di gran lusso!
Le gioie finiscono sempre troppo presto e alla stazione di Pescara imprecai in cinque lingue per caricare la bicicletta sul regionale per Roma. Il vagone predisposto per le biciclette, come al solito, aveva i suoi tre ripidissimi gradini infernali, progettati dallo stesso diabolico ingegnere, in più, ormai lo sappiamo, oni volta che sali su un treno di trenitalia peschi una carta dal mazzo degli imprevisti e probabilità, e pensi: “chissà questa volta che diavoleria inventeranno per farmi viaggiare con l’ansia?” Quella fu la volta de “il vagone per le biciclette inventato” Dopo essermi quasi fatto uscire l’ernia per metterla nel treno, scoprii che il vagone del capotreno che di solito viene predisposto coi soliti ganci per appendere le bici, stavolta non ne aveva uno, in pratica non c’era alcun modo per tenerle ferme. Mi inventai qualcosa con la catena tanto per non ritrovarmela correre per i corridoi del vagone. A metà viaggio cadde lo stesso su un lato e non mi trattenni, vomitai un po’ di rabbia sul capotreno, lamentandomi dello stato brado della compagnia. Ma sti capotreni hanno le spalle larghe, quello si limitò ad annuire, dicendo “Eh già..” che significava: “ma che ne sai te? ti potessi raccontare tutto quello che ho visto io qua sopra…”.
Il viaggio fu lungo, lentissimo, estenuante. Arrivati all’altezza della stazione Tiburtina, cominciai a scalpitare, avevo sentito l’odore di casa, mi alzai, preparai la bici per la prima volta in anticipo, ma il treno si fermò inspiegabilmente  in mezzo al nulla per un tempo che mi sembrò infinito. Poi finalmente arrivammo a Termini, con almeno mezz’ora di ritardo. Da lì l’ultima pedalata, bellissima, per il centro di Roma, di notte, col fresco e l’aria d’estate. Ormai mi sentivo allenato dopo le scalate con lo zio per lo scapicollo, e le pedalate a rotta di collo per il Gargano, affrontai di petto la salita della Trionfale, l’ultima salita della vacanza. Arrivato al garage ringraziai la Vecchia – che m’aspettavo si smontasse in mille pezzi come la macchina di un certo famoso film, e invece no -  ce l’avevamo fatta, dopo aver percorso quasi quattrocento chilometri pedalando, forando due volte, dopo essere riusciti a sopravvivere ad otto viaggi in treno e al soggiorno in cinque campeggi, essere riusciti a stare dietro allo zio Ezio e ai pasti luculliani degli zii, avevamo riportato le cosce a casa! Ma in tutto questo un unica ossessiva immagine occupava la mia mente: il materasso!!

 

Lo Scapicollo