Cosa c’è di meglio per concludere una vacanza a minimo comfort, piena di imprevisti e fisicamente stressante, che rifugiarsi ospite dei propri zii, amorevoli e soprattutto goderecci? Quei giorni al Gargano fui rimpinzato come un oca. Ogni pasto era teatro di banchetti pantagruelici in cui dolce, caffè e liquori concludevano inevitabilmente un rigido rituale di primo, secondo, antipasti e contorni che viaggiavano per la tavola senza rispettare un ordine cronologico di portate. Le piazzole con le loro roulotte erano adiacenti alla spiaggia. Il mare era trasparente e calmo, la spiaggia sabbiosa e morbida. Dopo il pranzo del primo giorno sentii che ero a rischio di trasformarmi da cicloepico a badipo ruminante, per cui cercai di correre ai ripari arruolandomi, nel team di coraggiosi che lo zio Ezio stava reclutando per la risalita dello scapicollo.
Io in realtà volevo solo andare a Peschici dove non ero mai stato per  visitarla in tutta calma, visto che il giorno prima l’avevamo vista solo da lontano; lo scapicollo era la strada piú breve per raggiungere Peschici e dato che percorrerlo in salita senza mettere i piedi per terra era un test a cui veniva sottoposto ogni nuovo avventore, test che nessuno riusciva a portare a termine con successo, dovevo per forza partecipare anche io.
Dopo circa cinque minuti dalla partenza ero già con entrambi i piedi per terra a cercare di rimettermi in sella, cosa che sembra assurdo da dire ma era impossibile! Per risalire lo scapicollo maledetto era necessario utilizzare i rapporti più corti possibili, un po’ per la pendenza, un po’ a causa delle buche e della moltitudine di sassi che però rendevano assai arduo ripartire da fermi. Le ruote a causa della polvere, slittavano sul posto e tu pedalavi come un matto, facendo schizzare i sassi da una parte e dall’altra, senza spostarti di un millimetro.
Mentre risalivamo, cercando di digerire tutto il ben di Dio del pranzo, alcuni signori che scendevano nella direzione opposta ci avvertirono che in cima era scoppiato un grande incendio e che dovevamo tornare indietro se non volevamo rischiare di ritrovarci dentro le fiamme. Noi ringraziammo e continuammo a seguire Ezio che imperterrito andava avanti per la sua strada. Effettivamente stavamo proprio andando in direzione delle colonne di fumo che si vedevano sbucare dalle cime degli alberi. Gli aerei addetti allo spengimento delle fiamme ci volavano sopra alle teste e sembravano vicinissimi. Cominciai a temere di ricevere il più grande gavettone della mia vita!
La fortuna ebbe la meglio sul nostro spirito incosciente, l’incendio era un po’ più distante dalla strada e arrivati in cima degli agenti della forestale ci indicarono una deviazione per tornare sulla strada asfaltata.
A causa del cambio di strada, e della quantità di energie e tempo investite per la risalita dello scapicollo, non riuscii a raggiungere Peschici. Riuscimmo a tornare al campeggio appena in tempo per il rituale del bagno al tramonto. Per la cena era stato prenotato un tavolo al ristorante del campeggio, perché c’erano da festeggiare due compleanni. E fu altro cibo e dolci.
Il giorno successivo convinsi lo zio a raggiungere Peschici in mattinata, volevo anche comprare qualche dolce per ripagare la splendida ospitalità. Per evitare di restare bloccati di nuovo su per lo scapicollo, visto che c’erano ancora aerei che facevano i viaggi per spegnere altri incendi, decidemmo di percorrere la strada asfaltata. La fatica rispetto all’andata fu minore, ma comunque una bella ammazzata. Ero sì scarico di borse e sull’asfalto si andava molto meglio che sullo sterrato, però tenere il ritmo dello zio – e stavolta non avevo scuse non potevo farmi distanziare troppo – fu comunque parecchio impegnativo. Ripetemmo , come al mio arrivo la sosta al bar in cima all’ultima salitona prima di Peschici per recuperare i liquidi. Mi immagino che avrà pensato il ragazzo al bancone a vedersi di nuovo sti due soggetti zuppi di sudore e boccheggianti arrivare trafelati, scolarsi le bibite e ripartire di corsa.
La visita a Peschici fu breve, perdemmo un po’ di tempo ad una mostra sulle torture medievali che era ospitata all’interno del castello e fu già ora di tornare. Non riuscimmo nemmeno a trovare dei dolcetti, per cui mi ripromisi in serata di andare anche a Vieste, visto che dal campeggio erano solo altri quindici chilometri di strada, senza salite.
Il pomeriggio lo dedicai a preparare le cose per la partenza del giorno successivo. Secondo la copia degli orari dei treni del gargano, che avevo scrupolosamente recuperato a S. Severo, sarei dovuto partire alle 5 di mattina per prendere il treno delle 6. Ormai i miei parenti neanche si sconvolgevano più quando sentivano i miei folli piani.
In serata però dovevo assolutamente raggiungere Vieste in modo da acquistare i biglietti, vista l’esperienza traumatica a Carovigno! Così verso le sei cominciai a sensibilizzare lo zio per muoverci, che stavamo facendo tardi. Tra l’altro all’acquisto di dolci e di biglietti si aggiunsero altre commissioni degli altri abitanti della comune. Alle sei e mezza eravamo in sella, ma secondo i miei calcoli per riuscire a fare tutto dovevamo sbrigarci di brutto, perché rischiavamo di dover tornare col buio e io col buio non avevo ancora fatto pace. Feci l’errore di mettere fretta allo zio che quindi mise la quinta. Ce la misi tutta per stargli dietro… inutilmente. Fu l’ennesimo bagno di sudore e dolore di cosce.
Raggiunta Vieste, alla biglietteria mi accorsi di aver imparato a memoria gli orari sbagliati e l’impiegata mi disse che c’era un treno alle 13 che da Peschici arrivava a S.Severo. Gran lusso, non dovevo neppure fare l’ammazzata finale. Ora non restava che trovare una pasticceria.
Girammo in lungo e in largo alla ricerca di alcuni dolci tipici di Vieste, ma niente, non si trovava una pasticcerica aperta e nel frattempo il sole cominicava a nascondersi dietro le montagne. Stavamo per desistere quando, chiedendo agli indigeni, riuscimmo infine a trovare dei pasticiotti, coi quali ormai sapevo di andare sul sicuro, e quindi via! potevamo tornare. Fummo però subito inglobati nel traffico serale causato dal rientro dei traghetti e dalla massa di villeggianti che venivano al paese per la cena. La strizza di restare di nuovo per strada con le tenebre mi diede l’energia per fare lo sprint finale, altri quindici chilometri più veloci della luce del crepuscolo, a sgattaiolare tra i pedoni, con lo zio dietro stavolta, che controllava che non mi cadessero i dolci dal portapacchi. Che ansia!
Diedi veramente tutto quello che potei e mi sa che se ne accorse anche lo zio, che impietosito si offrì di accompagnarmi alla stazione in macchina il giorno dopo.
Tutta la fatica per recuperare i dolci fu pure inutile, perché arrivati al campeggio scoprimmo che quella sera c’era un’altro compleanno da festeggiare ed era stata già comprata la torta, spumante ecc… fortunatamente i miei dolci erano secchi e di una cosa ero certo in quella compagnia non sarebbero certo andati sprecati.