La mattina del 13 si concretizzarono i miei timori della sera prima. Quella gomma non s’era sgonfiata per aver sopportato troppi chilogrammi per troppo tempo, era di nuovo a terra, doveva avere inevitabilmente la camera d’aria bucata. Partivo quindi con due deficit, i chilometri in piú da recuperare del giorno precedente e la partenza ritardata dalla sostituzione, poiché essendo cicloavventuriero in erba, quell’attivitá mi richiedeva ancora diverso tempo. Inoltre durante l’impacchettamento della tenda conobbi e chiacchierai coi miei vicini di piazzola, Claudio e la moglie. Lui un appassionato di mountain bike, con cui fu inevitabile scambiarci pareri e consigli.
Il tempo scivolo via piacevolmente, tanto da non accogermi che era giá trascorsa metá mattinata. Se esiste una qualche divinitá pugliese che governa il meteo, credo sia amante della socializzazione, perché quella mattina mi regalò un clima più mite, cielo grigio che minacciava pioggia e diversi gradi in meno. Forse non furono così contenti gli altri campeggiatori, ma io pedalai di gusto col fresco. Attraversai la ex salina di Torre Columena, molto suggestiva; passai attraverso Torre Lapillo e mi imbattei nell’inevitabile traffico di Porto Cesareo. Qui mi fermai da un fruttivendolo ambulante, che nel luogo doveva essere famoso, visto che la figlia avrebbe cantato alla festa del paese il giorno dopo. Mi mostrò anche la locandina consigliandomi vivamente di andarla a sentire. Dovetti a malincuore rifiutare. Presi solo 5 fichi e lo misi in difficoltá perché secondo lui m’avrebbe derubato chiedendomi anche solo 50 centesimi. Quei fichi furono la mia salvezza nel resto del percorso.
Da lí in poi il paesaggio cambió: scomparvero i paesini di mare e fece la sua comparsa la campagna pugliese, coi suoi ulivi, fichi e terre rosse fuoco, che ti fanno sudare fatica al solo guardarle. Il sole riapparí piú vigoroso che mai e non mi abbandonó piú per il resto del viaggio. La scampai solo grazie ai fichi, qualcuno lo ammetto lo sgraffignai nel percorso, e alla benedetta borraccia termica di santo Decathlon delle nostre tasche.
Le gambe cominciarono a lamentarsi nei pressi di Porto Selvaggio, una riserva naturale, un bosco, che si inerpica sugli scogli e arriva fino in mare, meraviglioso, ma troppo in pendenza per me.
Poco prima di Gallipoli, giá stremato dalle varie piccole salitelle, ricevetti un altro colpo quando m’accorsi che la mia strada terminava su una superstrada. Per arrivare a Gallipoli dovevo percorrere un tratto a due corsie per senso di marcia, con le vetture che sfrecciavano a 90 all’ora. Il navigatore non dava alternative e io mi sentivo come Indiana Jones quando doveva fare il salto della fede. Mi buttai per quella strada a tutta velocità, col cuore in gola e il culo stretto. Scoppiai in un urlo di gioia, da solo, isterico, quando m’accorsi che a 500 metri c’era la prima uscita, la mia, ero salvo. Arrivai a Gallipoli cotto dal sole, con 30 km sulle cosce. Qui era prevista una sosta pranzo e rinfrancai lo spirito con una granita al centro storico, che con la sete che avevo, mi sembró la piú buona mai mangiata. La batteria del telefono era di nuovo agli sgoccioli: ormai era conclamato il fallimento del sistema di sopravvivenza energetica che avevo studiato alla partenza. La batteria esterna non era sufficiente a tenere in vita uno smartphone, non il mio almeno, con gps e programmino per salvare il percorso attivi. Ciclo avventurieri in erba in ascolto, se avete in mente tour di lunga durata prendete in considerazione le care vecchie mappe cartacee.
Ripreso il viaggio, nuovo errore: percorrere la litoranea sud di Gallipoli. Fu un inferno, una coda infinita di auto in cerca di parcheggio, su una strada strettissima, sabbia per terra, pedoni che camminavano lenti evitando accuratamente i marciapiedi, pr che sorridenti passeggiavano tra le auto in fila a distribuire volantini di discoteche locali e tutto in una calma disarmante che implicitamente affermava che tutta quella sofferenza per andare al mare era un abitudine metabolizzata. Non per me peró che dovevo scendere dal sellino ogni tre passi, che buttavo sudore a fontanella, e ingoiavo imprecazioni contro sti pedoni maledetti, immuni al mio campanellino (da mettere nella lista delle inutility della vacanza). Superato il gorgo d’auto e persone attraversai la riserva naturale di Baia verde con un invidia diabolica per i bagnanti. Arrivai a Mancaversa dove sapevo sarebbe iniziata la fatica vera. Fino a Melissano erano una decina di km sette dei quali di dolore e salita. Forse la rendo un pò patetica, ma dopo quasi quaranta km e tutto quel caldo, quando arrivai a Melissano mi sembrò d’aver scalato il k2 e non potevo dimostrarlo visto che il telefono era morto! Arrivai dalla mia amica Luisa e l’accoglienza non poté essere migliore: lei e la mamma avevavo un asso nella manica l’amica Guenda, cuoca eccezionale e quella sera, dopo giorni di pizze e focacce, mi fecero trovare una squisita pasta e vongole. Dopo una doccia, la cena e chiacchiere in simpatia ero giá ricaricato. Il piú era fatto, ora potevo dire che era iniziata la vacanza, quindi per festeggiare, andammo subito a ballare la pizzica alla sagra di Melissano. Fu altro sudore, ma stavolta però accompagnato dal ritmo irrefrenabile dei tamburelli.