Non c’è niente da fare, un ciclista nell’animo si sente un po’ vittima. Vittima degli automobilisti che lo considerano un pericoloso e imprevedibile ostacolo ambulante, degli ingegneri che progettano strade prive del più piccolo spazietto per farlo circolare senza rischiare la vita, delle ferrovie che, ormai è palese, ce l’hanno con lui proprio per statuto. Insomma di motivi per sentirsi ghettizzato, emarginato e vessato ce ne ha diversi ed è quindi comprensibile che il sentimento di rivalsa cresca forte e vigoroso dentro di lui attendendo quel giorno, con calma zen, il giorno della resa dei conti, il giorno in cui all’ingresso di una riserva naturale un bel cartello che mostra le immagini di una bicicletta, un omino a cavallo e uno in piedi, stilizzati, in bianco su un bel cerchio blu,  si erga poderoso a difesa dei valori della fatica, del sudore e della natura e costringa gli automobilisti a lasciare il proprio strumento di distruzione ecologica in un parcheggio sovraffollato, dopo aver sudato sette t-shirt alla ricerca di un posto libero, e gli imponga di cominciare a muovere quelle zampette atrofizzate per raggiungere l’agognata spiagga. Ah che goduria quel giorno per il ciclista, che ghignando dentro di sé pedalerà via tronfio. Così quella mattina, pieno di entusiasmo ecologico, mi addentrai nella riserva naturale di Torre Guaceto. C’erano tre sentieri: uno, colore celeste, era per ciclisti pigri o per quegli automobilisti appiedati, a cui era rimasto ancora un briciolo di amor proprio, che decidevano di non cedere alle lusinghe del bus navetta a gasolio (gasolio, in mezzo all’oasi!?!?!?) che passava ogni boh? per portarli direttamente al mare ed evitare un km e mezzo di strada. Gli altri due, di colore verde e rosso, erano per naturalisti convinti il primo per pedoni e l’altro per ciclisti, sei km entrambi, difficoltà media. Ovviamente visto l’ego ecologico allo zenit,  optai per  il sentiero rosso, indicato anche come naturalistico-storico-culturale. Tanta era la foga che i sei km li feci in pochi minuti e mi ritrovai all’uscita opposta senza essere riuscito a trovare il sentiero per il mare, né la fatidica torre Guaceto, quindi natura sì, ma storia e cultura zero. Tornai indietro e mi immersi nella vegetazione mediterranea. Ritrovai il percorso, arrivava ad una piccola zona paludosa dove si potevano osservare gli uccelli fare il bagno (l’italiano in questo caso non aiuta molto…). Me ne stetti lì per un po’ a spiare i pennuti nel silenzio, disturbato solo da un leggero venticello che passava attraverso la vegetazione. Infine giunsi al mare. Il percorso ciclistico conduceva alla torre ed infine ad una caletta, l’ultima raggiungibile a piedi dove quindi c’era un po’ meno gente, ma lo stesso un po’ troppa per la sacralità del luogo, e la mia incipiente snobberia naturalistica. Ormai mi sentivo un tutt’uno con madre natura, che quando vaghi per un po’ da solo sotto al sole e col caldo pugliese una qualche forma di illuminazione la raggiungi. L’acqua era splendida, pulitissima e piena di pesci, alcuni enormi che ti nuotavano accanto senza alcun timore. Allungando una mano li potevi quasi toccare. Coi miei occhialini da piscina, che avevo giudiziosamente inserito nello starter kit, mi feci una bella nuotata e un altro po’ non ci restai secco quando un pescione enorme mi spuntò davanti e mi nuotò attorno con tutta calma.
Il giorno del relax lo consumai per buona parte così, tra una nuotata e una dormita sulla spiaggia, a farmi cullare dalle onde sul bagnasciuga e a mangiucchiare frutta. Quando ritenni che l’area bianca sulla mia pelle, dalla forma in negativo della maglietta e i ciclisti che indossavo, era diventata di un rosso acceso che visivamente pareggiava l’effetto del resto del corpo, ripresi le mie cose e con la pelle che scricchiolava tornai al campeggio.
Avevo tutto il pomeriggio per dare una sistemata ai bagagli, fare un bucato e cercare di ricaricare il cellulare in vista della partenza prevista per l’indomani.
Dopo una rapida doccia, affrontai l’ostacolo bucato. Neanche comiciai a lavare che una signora mi disse che stavo sbagliando lavandino, quello era per i piatti. Poi trovata la lavanderia, un’altra signora che m’aveva visto un po’ in difficoltà a strofinare il sapone per bucato a saponetta, prima mi prestò la sua tavola per lo strofinamento, quella tutta ondulata per intenderci, spiegandomi come dovevo strofinare e poi, senza preavviso, mi versò un fiotto di sapone liquido sui miei panni dicendo che sennò avrei finito il giorno dopo. Di poche parole e dai modi un po’ bruschi ste signore brindisine, però amorevoli.
Insomma ce ne misi di tempo, che quando mi misi a stendere s’erano fatte le quattro inoltrate e il sole stava già calando. Ce l’avrei fatta a far asciugare tutto? Già mi vedevo dover indossare la divisa zuppa la mattina dopo alle 7.
Quel pomeriggio anche i miei vicini (quelli simpatici non quelli che vedendomi stendere ciclisti e mutande sentii dire tra loro: “aho il ciclista ha fatto il bucato!”) stavano armeggiando coi bagagli, anche loro sarebbero partiti il giorno successivo. Avemmo occasione di socializzare di più e scoprii che con Elisa e Marcello era davvero piacevole chiacchierare. Gli raccontai le disavventure idriche al campeggio, che loro fortunatamente erano riusciti a scampare, condividemmo le osservazioni sulle abitudini degli indigeni (come ad esempio passare pomeriggio e sera davanti al televisore munito di parabola, o passare la notte a giocare a carte online con il pc), ci scambiammo le esperienze sui luoghi visitati, parlammo dei nostri interessi e come inevitabilmente succede finimmo sul cibo, ad illustrarci le meraviglie gastronomiche delle nostre rispettive regioni. Loro, romagnoli doc, ce ne avevano parecchie da insegnarmi e mi misero la curiosità di scoprire sulla pelle le prelibatezze della loro terra e tanta fame!
Ad Elisa e Marcello devo poi soprattutto la mia salvezza energetica. Si offrirono molto gentilmente di alimentare le mie appendici nerd, evitandomi la penosa figura alla reception o al ristorante per elemosinare elettricità. Ci demmo appuntamento per la mattina dopo, anche loro avevano la sveglia presto, ore 6 si sarebbe cominciato a smontare.