Al quarto smontaggio di tenda in dieci giorni avevo ormai perfezionato la tecnica di impacchettamento e di riorganizzazione dei bagagli. Da bravo informatico avevo trovato un valido algoritmo per ottimizzare i tempi, quindi in un’oretta ce l’avrei pure fatta ad uscire dal campeggio, se non avessi notato che al portapacchi della Vecchia era saltata via una vite. Non era proprio fondamentale, visto che di chilometri ormai me ne rimanevano pochi da fare. Sarei dovuto arrivare a Carovigno, percorrendo circa sei km, prendere un regionale, scendere ad Ostuni e, impacchettata la bici, salire su un intercity, scendere a san Severo, risalire su un regionale fino a Peschici e da lí un ultima tratta pedalando per quindici chilometri. Un bello strapazzo, ma solo organizzativo. Ormai, peró, all’interno del mio cervello gli ingranaggi s’erano cominciati a muovere e giá frugavo tra i rifiuti dei vecchi campeggiatori, che nonostante la mia bonifica ancora comparivano quà e là in giro per la piazzola, alla ricerca di materia prima per costruire una soluzione fai da te. Cosa poteva esserci di meglio di una di quelle gabiette che tengono fermi i tappi dello spumante per creare un piccolo cappio, che fissasse il portapacchi al telaio della bici in modo che non sballottolasse a destra e a manca? Forse, se avessi sostenuto qualche esame di fisica meccanica, avrei avuto la risposta prima dell’esito della prova empirica, ma lí per lí mi sembró un’idea geniale. La costruzione dell’acrocco mi costò qualche minuto di ritardo sulla tabella di marcia. Ritirai i panni, fortunatamente sopravvissuti all’umiditá notturna, salutai i miei amici romagnoli e partii in direzione Carovigno. Ricordavo dalla passeggiata per Ostuni di due giorni prima, che la stazione era molto piú vicina del centro del paese. Si trovava fortunatamente prima che la strada diventasse ripidissima. Tuttavia non ero tranquilo, se avessi perso quel treno sarei dovuto arrivare fino ad Ostuni pedalando, e quella salita l’avrei dovuta fare davvero, questa volta senza colazione e carico di bagagli. Allora tenni un passo svelto e trasalii quando arrivato in prossimitá della stazione sentii l’altoparlante dichiarare: “treno proveniente da Bari in arrivo al binario 2!”. Cavolo nonostante avessi dato energia alle coscie c’avevo messo troppo! Lo stavo perdendo! Mi misi a correre come un matto e solo quando controllai l’ora, arrivato alla stazione, mi resi conto che quel treno non era il mio, procedeva in direzione opposta, ero arrivato con un quarto d’ora di anticipo!
La stazione era deserta e non c’era proprio traccia di una biglietteria, io ovviamente il biglietto non ce l’avevo, contavo di comprarlo lì. Aspettai per un po’ e capii che, se avessi voluto prendere quel treno, avevo come unica possibilità quella di buttarmi dentro in modo clandestino e impietosire il capotreno. Dovevo fare solo una fermata in effetti e speravo che la bici carica di borse facesse il suo effetto patetico. Così feci, e la corsa fu coì breve che non ebbi neanche il tempo di vederlo il capotreno. Scesi ad Ostuni, invisibile come un fantasma. Meglio così. Da quel momento avevo un’oretta per costruire il pacco bici.
La scena vista da fuori doveva essere curiosa: avevo aperto il telo dentro la sala d’attesa, allargandolo tutto, occupavo metà della superficie. Gli altri passeggeri in attesa sbirciavano, affacciandosi dai loro libri. Ogni tanto mi sfuggiva un elastico e si sentiva una schicchera, oppure la bici cadeva di lato e faceva un botto. Dopo una ventina di minuti avevo concluso il lavoro, mani nere di grasso e fronte sudata, ma ero soddisfatto, la confezione era davvero perfetta. Questa versione era dotata anche di tracolla, ricavata con della fune avanzata. Caricare sul treno tutti i miei bagagli e la bici impacchettata non fu facile come a Napoli. Stavolta non avevo la comodità di prendere il treno dal capolinea e, poichè una volta in stazione avrebbe sostato solo pochi minuti, avevo paura di non fare in tempo a traslocare tutto, temevo di caricare il pacco con la bici e restare a terra nel tornare a prendere le altre borse. Quando il treno arrivò, il confuso sali e scendi  dei passeggeri e i fischi del capotreno mi fecero aumentare l’ansia ancora più. Presi il primo vagone che mi si fermò davanti, scordando di dover cercare la carrozza assegnatami dal biglietto, e infatti salii esattamente agli antipodi del mio posto. Il capotreno  fu abbastanza accomodante e mi dimezzò la pena chiedendomi di spostare i bagagli nella carrozza adibita ai disabili , la seconda successiva nella direzione di marcia. Fintanto che non fosse arrivato qualcuno che l’avesse rivendicato, potevo piazzarmi lì con tutto l’armamentario.
Durante il viaggio, ero un po’ preso ad appuntarmi le note di viaggio e non mi accorsi che il mio vicino, parcheggiato anche lui nei posti per disabili stava vivendo un piccolo dramma. Era straniero, riconobbi che parlava francese, un po’ di inglese e nulla di italiano. Non aveva il biglietto e non aveva neanche i soldi per comprarlo fino a destinazione. Capii più o meno la situazione quando ricomparve il capotreno e gli spiegò che il massimo che poteva fare per lui era di farlo scendere alla fermata precedente a quella della sua destinazione. A quel punto il francofono propose come forma di baratto per il tragitto scoperto, una bottiglia di succo di frutta che aveva comprato prima di salire sul treno! Il capotreno era accomodante sì, ma tutto d’un pezzo e non si fece corrompere dalla bibita. Colpo di scena inaspetatto fu  la comparsa di un nuovo personaggio, una signora brasiliana che spuntò dal nulla e chiese al capotreno quanto ammontasse la differenza che l’altro passeggero non era in grado di pagare. Cinque euro rispose il capotreno.  La signora prese il portafogli e saldò il conto senza battere ciglio. Disse che una volta qualcuno l’aveva aiutata nello stesso modo e che si sentiva nell’obbligo morale di fare altrettanto. Che meraviglia! Il ragazzo non sapeva come sdebitarsi, prese l’unica cosa di valore che possedeva e costrinse la signora ad accettare il succo di frutta.
Io mi sentii un vero menefreghista, me ne ero stato li ad osservare tutta la scena, con lo stesso distacco che se l’avessero proiettata in tv,  non mi era mai venuto in mente di offrirmi di pagare la  differenza del biglietto. Ero  rimasto talmente colpito da quel gesto di solidarietà che cercai a modo mio di dare il mio contributo alla società, mi traformai in buon samaritano e ogni volta che qualcuno non riusciva ad aprire le porte del vagone o non riusciva a sollevare i bagagli subito intervenivo io a dare una mano.
A San Severo, arrivai all’ora di pranzo. Avevo qualche minuto per andare a mangiare qualcosa e così cercai un bar per acquistare un panino. Trovato un piccolo alimentari entrai senza legare la bicicletta e stavolta fui redarguito per non averla incatenata. Forse per questo motivo scappai da quella cittadina con una sensazione di disagio a pelle che non so spiegare.  Presi il calendario con gli orari delle varie corse delle ferrovie del Gargano per organizzare il mio ritorno, a prima vista non erano molte quelle che avevano il trasporto delle bici, ma vabbè me ne sarei preoccupato i giorni successivi. Ora potevo salire sul mio treno e in un paio di ore arrivare finalmente a Peschici, pronto per un sano soggiorno di relax, ospite dei miei cari zii. Certo un po’ mi dispiaceva l’idea di aver già concluso le mie avventure sulla Vecchia, ma sentivo che per essere la prima esperienza potevo ritenermi soddisfatto. In più la sveglia presto e la corsa fino a Carovigno, le pedalate ad Ostuni dei giorni prima, tre notti a dormire in quel campeggio erano tutte esperienze che si erano accumulate sul mio fisico e cominciavo a sentire il bisogno di un po’ di riposo. Quando arrivai alla stazione venne a prelevarmi il mio zio avventuriero, il mio mentore e modello per le avventure vacanziere, il grande zio Ezio. Arrivò tutto sudato e in bici anche lui. Con la sua versione di pantaloncini ciclisti, modello lottatore di wrestling, che facevano mugulare di invidia i miei. Un abbraccio, una foto insieme ad immortalare l’impresa del nipote cicloturista. Mi disse che gli altri zii l’avevano consigliato di prendere la macchina per venirmi a prendere. Ma lui: “No! sarebbe un’onta troppo grande per lui! Vado in bici così arriva in campeggio con le sue gambe!”. E io: “Ma sì, e poi che ci vorrà mai? son solo una decina di km no?”
“Si… beh però è un po’ più distante di quello che mi ricordavo, pensavo che la stazione fosse a Peschici invece c’è da fare un bel pezzo… ma vabbè dai andiamo!”
Sentire mio zio lamentarsi per aver fatto un paio di km in più del previsto mi sembrava davvero strano. Di solito lui è l’inarrestabile, parte e alè non lo vedi più. Forse ormai erano passati un po’ di anni anche per lui. Nonostante queste considerazioni io mi sentivo un po’ di ansia da prestazione, tutto vestito così da ciclista esperto, chissà quanti km si aspettava avessi fatto.
“Vuoi che ti porto qualche bagaglio?” mi chiese.
Dopo il discorso che aveva fatto sull’onta per arrivare al campeggio in machina era scontato che rispondessi: “Ma no zio non ti preoccupare, ce la faccio da solo”
“Ok allora vai avanti te, così fai il passo”.  Via, partimmo. Dopo trenta metri la strada sembrava la rampa del garage di casa dei miei. Ovviamente noi eravamo dentro al garage in quel momento e dovevamo arrivare in cima. Cinque minuti e avevo il cuore nella soglia rossa, quella che nel grafico immaginario segna “Pericolo infarto”.  Mi giro e ovviamente zio è attaccato alla mia ruota posteriore. Mi ripeto mentalmente come un mantra, che per ogni salita deve esistere una discesa e recupero uno spirito da samurai che non pensavo d’aver messo nello starter kit.
Fortunatamnete lo zio è un amante della fotografia per cui arrivati in cima alla salita ci fermmammo a fare foto al paesaggio. Splendido devo dire, con Peschici sullo sfondo e il mare di un blu che non dimenticherò mai. Feci in tempo a dirgli: ” zio, io mi sa che rallento un po’ perch…” che lui attaccò: “Ora facciamo una strada che è un po’ più ripida, ma più bella, poi ti porto allo scapicollo, andiamo!” “Che cos..?” Niente, era già ripartito, stavolta almeno era davanti lui e non avevo l’ansia di rallentarlo. Dopo una bella lunga discesa la strada drammaticamente tornò l’incubo di qualche minuto prima. Passai in rassegna tutti i rapporti che la Vecchia aveva a disposizione e il distacco con lo zio aumentò vergognosamente.
In cima alla seconda salita ci fermammo ad un chiosco per dissetarci. In pochi minuti c’eravamo svuotati un litro di acqua a testa. Ripartimmo e zio prese senza diritto di replica la famosa deviazione per la strada più ripida. Per due o tre volte lo ripetè: “Dai, un ultima salita e poi comincia la discesa”, ormai non gli credevo più. D’un tratto la strada divenne uno sterrato, con tanto di ciottoli e polvere, pensai d’essere vittima di uno di quegli scherzi televisivi che si fanno ai vip. Ogni volta che pensavo d’essere arrivato al limite, la situazione peggiorava. Lo zio andava spedito e in più punti dovette fermarsi ad aspettarmi. Io arrancavo e un paio di volte mi fermai per la troppa ripidezza. Ma non finiva mai quella salita maledetta? Lo zio se ne stava fermo ad aspettarmi in cima all’ennesimo montarozzo.  Quando lo raggiunsi mi disse: “Eccolo, questo è lo scapicollo! E’ bello vero?” Davanti a noi iniziava la discesa, ma non era mica quello che mi aspettavo. Era sempre tutta sterrata, sempre più accidentata, con una quantità di sassi che rendeva impossibile percorrere spediti e metteva a dura prova l’equilibrio. Mi venne in mente come un fulmine a ciel sereno il “raggio della morte” della mia ruota posteriore e le parole di Simone ad Ostuni. “E’ pericolosissimo! la ruota potrebbe piegarsi e te finisci per terra!” per non parlare poi del portapacchi che era tenuto con un accrocco degno delle invenzioni dell’A-Team. Ma zio era già ripartito che non lo vedevo più. Mi gettai nelle braccia del destino ormai ridendo isterico e pensando che tutto sommato era un luogo così bello che se ci avessi tirato le cuoia non mi sarebbe dispiaciuto poi troppo. La strada era davvero bella, passava attraverso un bosco e sotto si intravedeva il mare. Ezio è pazzo, ma riconosce la bellezza e sa che per meritarla ci si deve immolare così e lottare per conquistarla. La discesa fu infinita, tiravo i freni con la forza della disperazione, pure le braccia ormai mi facevano male, avevo i tricipiti indolenziti. Arrivammo al campeggio che mi sentivo un eroe e il bagno al tramonto nell’acqua cristallina del gargano fu la ricompensa più gloriosa che avrei mai potuto assaporare.